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Sociale 7 marzo 2015 · lettura 3 min · 1533 letture

La Città Nuova

Azar Rudif 263 poesie pubblicate
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Navigo su ruote come in volo sulla Nuova Città per poi discendere come alieno nella foresta sulla collina un tempo curata dal contadino vomere. Un grande bar sbatte tazzine di caffè sul marmo con un cornetto sapore di pane che non mangio e muore un caffè rimasto un antico sapore lasciato sul banco. Una donna inizia la sua giornata da quel bar con un cagnolino e terminerà scandagliando le ore noiose tra un pranzo e una cena. Un formicaio di gente mette mano a lavori stirati e tirati lungo strade, vie e vicoli a morire in stanze come uffici negozi, officine, un altro bar con friggitoria per ingrassare, mentre un vigile cerca finanze per le casse del comune ed un ladro cerca come alimentare le sue tasche. Da un balcone si spazza la casa e si riempie la città di lor che vivono chiusi nelle mura loro a coltivare vasi e si credono come antichi regnanti in giardini reali ma è una palude di sogni infranti ai loro piedi. Regno delle idee pensate nella fantasia delle vite, morte sui tavoli dei potenti di qua e di là dalle sbarre, dimenticate dai tanti popoli del menefreghismo di chi ha avuto e di chi ha dato da scordare nel passato. Velenosa cultura imposta dagli invasori del passato ha invaso il campo dove nasceva grano come oro. Storia che affoga nelle pozzanghere di mulattiere sotto panni stesi a gocciolare lacrime divertite in una comicità voluta a nascondere vite sgretolate. Mi guardano con facce ad angolo occhi d’acqua in bianca cascata, mi rapisce il volo d’angelo verso un mare d’acqua pacata. Spira un vento dal lato mare a distrarmi da tale visione, lontano s’alza un monte cavo che ancora dorme, ed i gabbiani volano alti, ma non perché c’è il mare. Alle mie spalle vanno verso lidi maleodoranti di scarti della Città che Nuova era, ma appare una foresta di facce ora astratte su un murale picasso, affondate nei fossi di mulattiere attorcigliate come serpenti a palazzi stonacati, a monumenti sbiancati, a chiese di ceri accesi, a qualche albero spoglio. Chiudo gli occhi in un vortice ove scompare un Sole ormai senza padrone tra i botti di un cenone resta un luogo comune un mulinello di vento e di carte sporche.
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Scritta sotto dettatura della rabbia per situazioni che dovrebbero essere diverse. Si tratta di una città dove devo andare ogni tanto, ma fa sempre questo effetto. Scusate la lunghezza, ma quando mi arrabbio poi è lunga da sbollire (Foto visionaria di Azar2015)

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Azar Rudif
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