La Città Nuova
Azar Rudif
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Navigo su ruote come in volo sulla Nuova Città
per poi discendere come alieno nella foresta
sulla collina un tempo curata dal contadino vomere.
Un grande bar sbatte tazzine di caffè sul marmo
con un cornetto sapore di pane che non mangio
e muore un caffè rimasto un antico sapore lasciato sul banco.
Una donna inizia la sua giornata da quel bar con un cagnolino
e terminerà scandagliando le ore noiose tra un pranzo e una cena.
Un formicaio di gente mette mano a lavori stirati e tirati
lungo strade, vie e vicoli a morire in stanze come uffici
negozi, officine, un altro bar con friggitoria per ingrassare,
mentre un vigile cerca finanze per le casse del comune
ed un ladro cerca come alimentare le sue tasche.
Da un balcone si spazza la casa e si riempie la città
di lor che vivono chiusi nelle mura loro a coltivare vasi
e si credono come antichi regnanti in giardini reali
ma è una palude di sogni infranti ai loro piedi.
Regno delle idee pensate nella fantasia delle vite,
morte sui tavoli dei potenti di qua e di là dalle sbarre,
dimenticate dai tanti popoli del menefreghismo
di chi ha avuto e di chi ha dato da scordare nel passato.
Velenosa cultura imposta dagli invasori del passato
ha invaso il campo dove nasceva grano come oro.
Storia che affoga nelle pozzanghere di mulattiere
sotto panni stesi a gocciolare lacrime divertite
in una comicità voluta a nascondere vite sgretolate.
Mi guardano con facce ad angolo
occhi d’acqua in bianca cascata,
mi rapisce il volo d’angelo
verso un mare d’acqua pacata.
Spira un vento dal lato mare a distrarmi da tale visione,
lontano s’alza un monte cavo che ancora dorme,
ed i gabbiani volano alti, ma non perché c’è il mare.
Alle mie spalle vanno verso lidi maleodoranti
di scarti della Città che Nuova era,
ma appare una foresta di facce ora
astratte su un murale picasso,
affondate nei fossi di mulattiere attorcigliate come serpenti
a palazzi stonacati, a monumenti sbiancati, a chiese di ceri accesi,
a qualche albero spoglio.
Chiudo gli occhi in un vortice
ove scompare un Sole
ormai senza padrone
tra i botti di un cenone
resta un luogo comune
un mulinello di vento e di carte sporche.
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Azar Rudif
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