Debora
Una statua di carne, sembravi ascoltare la venuta silenziosa del fato.
Lacrime scioglievano il profilo dell'aurora nascente, un’estenuante attesa,
nel gelo immobile un’ombra lontana, immemore fra veli d’inconscio.
La disperata ricerca della felicità, le catene del tuo debole corpo.
Ti ho vista cogliere il fiore della tua giovinezza, con distacco
legata a radici di plastica, l'essenza della vita, ogni suo imperativo,
ti ho vista in ogni speranza estinta, sospesa alle ali del passato.
Ti ho vista, trattenere ancora quei rimpianti per sempre
vivi dentro te, fin quando ogni ciclo non avrà trovato
la propria conclusione nel nulla, nella volontà di Dio.
Legati attraverso pareti d’oscurità,
fra lame accecanti e desideri bruciati
sembrava così facile dimenticare
la consapevolezza incisa nel profondo
di ogni paura che affiora.
Cancella la persistenza della memoria, ogni atomo di questa
malinconia, parlami con parole che nessuno sappia ascoltare,
poniti a sigillo del tempo che non conosceremo mai più.
Il fuoco ormai spento, onde infrante, maree d’illusioni crescono.
Gli abissi del tuo cuore, il passaggio attraverso pareti inesistenti.
Ogni istante speso, ogni forza, negli occhi sbarrati della sconfitta.
Le frasi spezzate che mai udirai, un respiro che mai ti scalderà.
Le ombre lunghe del domani ad afferrare i miei passi mentre danzo
sui resti del dolore; mi scorgi, fra i mille nomi che avrei potuto avere,
appena visibile nei tuoi occhi, una maschera senza più espressione.
©
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