56 lettori online · 355.923 poesie · 7.971 autori
La Piazza Entra Iscriviti
S Scrivere Poesie & Racconti
Pubblica
Home Racconti Biografie e Diari
Biografie e Diari 1 dicembre 2011 · lettura 7 min · 2152 letture

PROFUMO D’ORIGANO SELVATICO (Lembi di vita sul ramo della memoria)

Caterina Zappia 5 racconti pubblicati
+ Segui

E’ stata  l’ estate più significativa della mia vita, la notizia del rientro definitivo di mio padre da Parigi mi aveva  reso così felice  da  spalancare il cuore  e graffiare  con il  sangue ogni attimo di quel  dannato silenzio.

Quella sera, il gruppo dell’ Azione Cattolica aveva  organizzato un’ uscita per il mattino seguente, al laghetto del fiume, una meta  costante  in  quel periodo  per gli abitanti del borgo e dei paesi limitrofi, conoscevo il luogo e sapevo che mi sarei sbizzarrita un bel pò ingannando l’ attesa più lunga della mia vita.

Mi svegliai da sola  quella domenica mattina,  il sole era già cocente e metteva in gabbia tutto  ciò che c’ era di più esile e gentile  su quel piccolissimo fazzoletto di terra. L’ afa mormorava sulla pelle  delle mie ginocchia,   i calzoncini corti   coprivano a malapena il  mio sedere, lasciando scoperte tutte le gambe  bianchissime  come  batuffoli di cotone, dolcissime per le tante zanzare che mi avevano  attaccata  con avidità lasciandomi delle piccole  bolle  pruriginose .

La strada verso  il fiume serpeggiava  in una  discesa scivolosa  a causa delle  acque di scarico che sgorgavano selvaggiamente ed abusivamente  sul lastricato malmesso, da piccoli e arrugginiti tubi legati  con del filo di  ferro ai muri  incrostati da vecchie muffe .

Qui le zanzare  avevano trovato il loro habitat,  c’ erano tantissime da rabbrividire, perciò  passammo con una velocità  supersonica da smuovere anche le foglie avvizzite dal caldo di una pianta di  boungaville che  invadeva il passaggio .

In fila indiana scendemmo lentamente  sostenendoci l’ un l’ altro, mentre le ragazze più grandi   ridevano senza  badare a dove dovevano mettere i piedi, facendomi urlare per lo spavento che mi facevano prendere,  quando facevano finta di cadere o quando mi spingevano per sorpassarmi. Finita la discesa, ci immergemmo in una folta selva di oleandri che facevano da barriera al piccolo corso d’ acqua  della fiumara di Bampalos. La fiumara era costeggiata da sassi enormi e da una marea di legnetti in  tutte le forme, che la fiumara ingrossata durante l’ ottenebrante inverno aveva depositato intorno agli argini e che  ora  sopivano lungo il greto come  libere sculture. All’ ombra di una roccia imponente a forma di ippopotamo  lasciammo  i sandali e proseguimmo lungo il fiume a piedi scalzi saltando a destra e a sinistra come delle misteriose farfalle in preda all’ aria profumata e vorticosa .

A volte percorrevamo nell’ acqua alcuni metri, ed era davvero splendida la sensazione di freschezza che si scioglieva su tutto il corpo in quella calura che mozzava il fiato anche a un cane, qualcuno  aumentava il passo per poi  fermarsi all’ improvviso e  schizzarci addosso l’ acqua con le mani,  mandando su tutte le furie  Suor Fedele. S Fedele era una  suora  molto timida ed  introversa, nascondeva  il suo bellissimo sorriso  dietro quelle ferree e rigide regole di donna di chiesa, era approdata in paese sul finire dell’ inverno e l’ impatto con i giovani era stato molto positivo . Aveva  messo su un piccolo coro di fanciulle  per  allietare  la S. Messa, lo aveva  preparato con  tantissimo    entusiasmo e con l’ intento  di  farci  stare insieme e comunicare, così come aveva inoltre apportato tante innovazioni all’ interno della piccolissima parrocchia, sfidando il parere delle donne  anziane che non la vedevano di buon occhio e  borbottavano   che le novità sarebbero state deleteri e aveva   eliminato quel grosso tabù in chiesa che voleva le  donne  sedute a sinistra e mentre gli uomini sulla navata destra .Tutte queste innovazioni  avevano  messo  in agitazione le persone del posto, rigide a  quelle vecchie e sante  regole,   detestabili ed  ignobili per chi le  guardava  con  occhi nuovi e pieni di luce.

Già immaginavo come sarebbe stato più bello ascoltare la messa seduta accanto a mio padre, immaginavo  come sarebbe stato altrettanto bello vedere  due fidanzati seduti vicini  recitando il  padre nostro,  pensavo tra me e me.

Mancava  poco alla meta, il laghetto  che  si formava d’ estate lungo la fiumara suscitava tanta meraviglia, perciò non vedevamo l’ ora di arrivarci. Il coro delle cicale  superava di gran mille le nostre voci dal tono alto a volte anche stridulo, il sentiero che costeggiavamo era fatto di piccole spelonche  semiaperte alcune sormontavano il corso d’ acqua e  per proseguire  dovevamo passarci sotto, e questo a volte  incuteva  un pò di  terrore per via delle grosse bisce d’ acqua.

L’ aria profumava  di origano selvatico e già lo immaginavo sbriciolato sopra una fragrante frisella con il pomodoro che tenevo  dentro il mio cestino, ancora  mancavano  da superare altri due tornanti e poi mi sarei tuffata dentro il laghetto con tutti i vestiti insieme ai  giovani  compagni, ed infine  potevamo far godere il nostro palato con le prelibatezze  caserecce come  la gustosa e piccantissima nduja che ognuno di noi aveva portato.

Arrivammo quasi con la lingua di fuori, sotto l’ implacabile  destino di quel giorno, una semplice fatalità che costò  l’ imbarazzo di una  giovane suora sotto gli occhi   maliziosi dei ragazzi.

Ci tuffammo  senza fare troppa  attenzione   trascinando con  noi dalla foga Suor Fedele che si trovo smarrita nell’ acqua  con gli occhi di  fuori come due grossi fanali di una  Wolkswagen. Fu uno spettacolo  davvero  imbarazzante, provvedemmo  con rapidità  mista alla voglia  di ridere a crepapelle di eseguire una specie di trincea  e a coprire la suora che momentaneamente  aveva perso la parola. La tunica infilata sopra una calda e splendida siepe di oleandro si asciugò in quattro e quattro otto, mentre senza fare  commenti mangiammo il pane  con i freschi ciuffi di origano dentro il coro di un rosario che suor fedele non smetteva mai di dire,  e mentre le ombre penetravano il luogo, tornammo a casa verso sera  con le risa  a fiocchi sparsi sulle labbra .Sentivo già   il  profumo del tabacco, fu proprio  quando lo intravidi  che  le lacrime unite alle risate  fecero  in quel  giorno sparse  scintille d’ amore  nel cielo. 

 

 

 

💬 1
© Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.
I fatti e i personaggi narrati in questo racconto sono frutto di fantasia: ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
‹ Racconto precedente
Maria Grazia e i calzini
Racconto successivo ›
I falsi idoli
‹ Precedente di Caterina Zappia: DIETRO LA COLLINA (Lembi di vita sul ramo della memoria)
Successivo di Caterina Zappia: Tronchetti di corallo

«In ricordo di mio padre»

L'autore
Caterina Zappia

Caterina è nata a Parigi, fra il profumo di cioccolato amaro e la musica di Édith Piaf .Scrive poesie fin dalla sua tenera età. Scrive versi perchè sono loro a farla sentire viva ed amata, sono frammenti di se, di giorni passati, frammenti di sogni e di ricordi che si annidano nella sua anima. La tristezza, la solitu

Tutti i racconti →

Commenti (1)

Accedi per lasciare un commento.Accedi
Saverio Chiti1 dicembre 2011

vivere l'attesa... <br> spaccato di una bellissima giornata vissuta in compagnia all'aperto. attimo su attimo, il racconto descrive con dovizia di particolari... sia lo splendido paesaggio, che il contesto del momento e del luogo. <br> la ragazza vive il giorno, già pensando alla sera... al gradito ritorno a casa dove troverà, quel che più ama. <br> già... l'origano selvatico deve essere un portento sulla frisella all'nduja! <br> anche questo... fa si che il racconto, diventi vita. <br> molto bello... complimenti!