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Biografie e Diari 18 novembre 2011 · lettura 7 min · 1768 letture

DIETRO LA COLLINA (Lembi di vita sul ramo della memoria)

Caterina Zappia 5 racconti pubblicati
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 Dice il Foscolo che la poesia vince di mille secoli il silenzio. Ed è proprio vero che un niente….una macchia… un odore….un colore… un lampo nella mente mi riporta, in un’ atmosfera vissuta un abisso di anni prima. Il passato torna imperioso, e penetra nel cuore  riempiendo per pochi attimi l’ aria di struggente nostalgia. Sono qui nel mio studio rispolvero alcune delle tante ingiallite  e vecchie fotografie, una  in particolare, mi ritrae all’ età di otto anni con lo zio Mimì, mi tuffa  nel tempo della vendemmia, quando l’ uva brillava di un colore bruno intenso e il magico profumo trasaliva   dai filari  in bella mostra e ravvisava il padrone. Zio Mimì era un uomo minuto e curvo ma molto forte, amava la sua terra  e  a tal misura  la sua donna, sempre indaffarata  a servirlo  durante tutti i suoi lavori .Quel giorno arrivò a casa mia improvvisamente, e ci avvisò  per la  vendemmia. La vendemmia per tutti noi  rappresentava un giorno di gran festa, un rito oramai tramandato che non avrebbe lasciato nessuno a bocca asciutta. Premurosa la sua donna quel mattino si svegliò di buon’ ora e andò subito in cucina a preparare un’ abbondante peperonata, sarebbe stato il nostro cibo all’ ora di pranzo. L’ odore dei peperoni  e delle melanzane arrivava fino  alla mia finestra, le  mie nari  sbuffavano come un treno e fu la mia sveglia  per quel fantastico mattino. Arrivammo puntuali alla postazione, da dove il corteo si sarebbe mosso, gli asini gongolavano la testa,  le orecchie ritte verso il cielo  in preghiera, perché avevano capito che sarebbe stata  una durissima giornata. Il sole  che  iniziava a fare le capriole  dietro una roccia imponente, la roccia   che dominava il paese, facendola diventare rossastra  come quelle del far west, accarezzava   il corteo pronto per il lungo percorso .

Le grandi ceste  che trasportavano  gli asini contenevano un’ infinità di cose, l’ otre che avremmo riempito alla fontana di Merulli pendeva  dalla bocca di una delle ceste. Il via  lo diede Zio Mimì con voce possente e sicura, mettendo  in moto tutti, mentre alle spalle il piccolo borgo  si  stiracchiava  e le luci  dei lampioni finivano di  illuminare le strade. In fila indiana proseguimmo la salita, noi bambini tiravamo gli asini, a seguito gli uomini e le donne  con i panieri sul capo  e con le gole calde per la  preghiera, che  saliva verso il cielo in mezzo al polverio che lasciavano gli asini. La prima sosta la facemmo alla fontana, qui zio Mimì ci invitò a bere, l’ acqua era dolce e fresca e profumava di felci e muschio. Riempimmo l’ otre davanti ad una sinfonia di uccelli e di rane, le ultime sembravano tutte incuriosite dai nostri sguardi ancora ammosciati. Finì li, per noi bambini  il nostro primo compito,  ci liberammo di  quei simpatici  e dolci animali, ci mettemmo tutti  dietro il corteo  che aveva ripreso la faticosa marcia e a tirare gli asini stavano gli uomini  con le pipe accese. Proseguimmo lentamente  osservando  la natura, il bellissimo paesaggio ottobrino, gli arbusti  dalle foglie appuntite e il sorriso delle zolle  nei primi respiri dell’ alba..Raccoglievamo  come fossero dei cimeli, strane forme di  pietre, esili ciclamini gioiosi sopra stanchi fili d’ erba, qualche piccolo fungo che sbriciolavamo  e  ci lanciavamo addosso come coriandoli .Ogni tanto di nascosto ci sedevamo  sulle rocce sparse  lungo i sentieri, esse si offrivano a noi come comode poltrone, lontano dallo sguardo indagatore di zio Mimì, il quale era sempre attento alle nostre mosse, ci teneva d’ occhio perché era convinto  che fra di noi  si nascondeva il solito scansafatiche. Zio Mimì era molto simpatico, sapeva raccontare storie vere accadute nel paese, ci parlava della guerra, del freddo che aveva patito sotto le armi, e noi lo ascoltavamo con trepidazione perché  rappresentava l’ uomo onesto e coraggioso. Da giovane aveva emigrato due volte, la prima per ricongiungersi col padre in  Argentina, la seconda in Germania e qui vi lavorò sodo, fece qualsiasi lavoro, ma vi restò poco, forse perché la sua vigna aveva bisogno delle sue cure, del suo sudore  e così  tornò e non partì più, rimase a custodire le zolle della sua amata  Motti.

Arrivammo sulla vigna alle sette, gli uomini scaricarono le ceste, prendemmo i  panieri ed entrammo come  nuvole dentro i filari, riempiendoli e svuotandoli con mosse leste e precise nelle ceste, mentre gli uomini caricavano gli asini. Nella lunga giornata gli asini andavano avanti e indietro per portare l’ uva al palmento. Mangiammo quel giorno sotto una grande e maestosa quercia, consumammo  la peperonata adagiata  come una corona sopra il pane che era diventato caldo e umido e  profumava  di  fritto, un po’ bruciacchiata sentenziò zio Mimì, mentre sorseggiava un buon bicchiere di vino .Oltre la collina andava scemando l’ ultimo raggio, aiutammo a rimettere nelle ceste le cose sparse, tra cui il piatto  di creta imbrattato d’ olio  preso d’ assalto dalle formiche .Corremmo lungo la discesa con il cuore colmo di felicità ed allegria, saltando  i piccoli rivoli  con molta soddisfazione…… Ma il lavoro non era ancora terminato, nel palmento c’ era un’ infinità d’ uva, che attendeva d’ essere lavorata, noi lo sapevamo e non vedevamo l’ ora di immergerci nell’ altra esilarante fase. Io quella notte a piedi nudi  avrei schiacciato gli acini  in una danza  gioiosa e sanguigna come  sarebbe stato il  nuovo vino.

 

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I fatti e i personaggi narrati in questo racconto sono frutto di fantasia: ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
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L'autore
Caterina Zappia

Caterina è nata a Parigi, fra il profumo di cioccolato amaro e la musica di Édith Piaf .Scrive poesie fin dalla sua tenera età. Scrive versi perchè sono loro a farla sentire viva ed amata, sono frammenti di se, di giorni passati, frammenti di sogni e di ricordi che si annidano nella sua anima. La tristezza, la solitu

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Ti immagino mentre pesti gli acini e mi hai fatto (filiberto)

ricordare analoghe operazioni. Piaciuto. (filiberto)

Commenti (2)

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Vivì19 novembre 2011

Immagini autunnali che giungono al lettore con la leggiadria tipica di una poesia. Un racconto esaltato dalla notevole abilità dell'autrice nel descrivere non solo immagini, ma anche colori e profumi di una delle stagioni più suggestive dell'anno. Un racconto che ho letto con molto piacere.

estro non diede beltà24 novembre 2011

Racconto semplice e profumato come la vita d'altri tempi. Nella realtà d'oggi, io vivo in città, si legge come una favola, o meglio ancora un sogno nostalgico dove ogni persona e ogni cosa hanno un ruolo ben definito, e le rane, gli asini, i funghi, l'uva e gli uomini partecipano alla festa della vita che l'autunno colora di un rosso carnoso ultimo palpito prima del lungo gelido inverno. Narrato attraverso gli occhi di una bambina ne sottolinea la nostalgia e la forza vitale che forse la scrittrice ricerca nella stagione matura della sua esistenza.