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Biografie e Diari 14 dicembre 2012 · lettura 7 min · 1835 letture

Fumo nero

Caterina Zappia 5 racconti pubblicati
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Ogni volta che sentivo il suono delle campane a morto, mi svegliavo da quella pace provvisoria in cui ero abituata  a stare, anche il borgo era come me. In quei momenti,  le case    acceleravano   i battiti  e i respiri, fino ad entrare  lentamente nel  buio per conoscere le ombre di quel suono inquietante che premeva forte sul petto della terra .

L’ odore acre  della morte   arrestava il passo a tutti gli abitanti del borgo, curvando le  spalle  con il peso della tristezza e afferrando l’ aria,  fino a farla diventare dura e pesante come una roccia. La saliva nelle gole si faceva aspra e velenosa come la linfa   dell’ oleandro, e graffiava  il fiato  alle persone oneste e a tutti  quei  ragazzi   figli  di  un   sole  vibrante di   pensieri limpidi.

All’ improvviso, come se trasalisse dalla terra, veniva fuori il nome  del morto ammazzato, era  il momento più struggente. Era come immergere il capo dentro una fossa viscida e melmosa, mentre tutto si muoveva  a rallentatore, sotto un silenzio austero  che dettava le sue leggi .Gli alberi diventavano statici, il cielo   si annuvolava, ogni cosa  si muoveva con depressione, anche la fontana pubblica finiva di gocciolare, le donne chiudevano tutte le imposte, svelte raccoglievano   i panni appesi ai fili selvaggi, che in quasi tutte le stagioni decoravano le strade, sorvolando la piazza  di  Rius, diffondendo   un indimenticabile profumo di bucato che finiva dentro i bauli delle nonne, l’ unico stemma di un passato che vale la pena ricordare. L’ infernale silenzio durava tutta la notte, e  si percepiva  addosso come una leva di ferro che sollevava il cuore, alimentando una forte paura, che sembrava esplodere dalle lastre   delle finestre, lucidate ad intermittenza da occhi inquietanti. La staticità piano piano  cedeva, e qualcosa verso l’ alba  sembrava  si muovesse, il vento  salutava il nuovo giorno come se volesse   dire qualcosa, e soffiava fra le viuzze in discesa solleticando lo sguardo delle fitte case. Un cotto profumo di caffè correva per le strade strette  e desolate salutando la   pessima aurora che  volteggiava tra l’ aroma e la rabbia. Il gatto Gimì della via  Diaz iniziava  a leccarsi  tutto il pelo, e quasi a voler proteggersi da qualcosa o da qualcuno, finiva quatto, quatto, e desolato sotto la legnaia. Miracolosamente i miagolii dello scaltro gattino avevano a poco a poco inamidato  le prime ore dell’ alba, regalando un brevissimo sollievo. Intanto le campane a morto  risuonavano come  voleva l’ usanza, prima di seguito i tre don, e poi a distanza di una brevissima pausa il suono dei   din, distaccati  dalla stessa frequenza, un suono decisamente angoscioso lievitava fino alla cima alta del paese. A questo punto  il borgo si popolava di   donne, che si riversavano in strada mimando la brutta notizia, alcune con ancora i capelli  fuori posto e con il pettine in mano, altre con la tazzina del caffè fumante e altre ancora  finivano di  indossare le ultime  cose, come uno scialle nero in segno di lutto, buttato sulle spalle o sul capo tenendo un lembo rovesciato sulle labbra. Poi, sottovoce  tra di loro si  facevano domande: quando, a che ora, dove, ma era da solo, quanti colpi? Questa catena di domande, come un rosario veniva  recitata tutto il giorno, in tutti i posti del paese, ovunque si passasse  i mormorii  erano identici, e rimbombavano dentro le case disabitate creando degli echi di terrore che si accorpavano all’ aria già tesa  per la paura. Questo abissale e tetro  momento  si depositava nelle menti della gente   in un calcolo matematico e perverso. Già qualcuno dava anche qualche pronostico sulla probabile prossima vittima . Nel primo pomeriggio il corteo del morto ammazzato si schierava lentamente, come un esercito di uomini mosso per la guerra, sotto  la  curiosità mista  allo sgomento di molta gente,  stanca  ed oppressa da questa realtà che finiva di sbranare la   libertà degli uomini, nonché anche quella delle poveri siepi di lentisco che circondavano con austerità il borgo creando confini  di stupore. La bara  del morto  portata a  spalle dai parenti, uomini dentro gramaglie e occhi  perdenti, sfilava per la via principale del borgo e i  pianti delle donne  venivano   accompagnati da urla di maledizioni . Durante la messa i singhiozzi delle madri rompevano il silenzio e le preghiere si levavano dal sacrario come inutili   benedizioni. Dopo il rito religioso la processione  proseguiva  fino alla fine del paese, dove  la catena per il cordoglio si reggeva accanto ai muri delle ultime  case, una fila d’ interminabile dolore vacillava e intorno alle colline  un fumo nero si levava verso il cielo, definito da   qualcuno  come un segno di vittoria, mentre dietro le imposte  socchiuse  sguardi lucidi di rabbia  si allungavano  verso  la luce che filtrava dalle aste delle persiane come un  sorso di speranza. Il borgo diventava   una giostra di odio e nei suoi giri costringeva molta gente   a salire, il suono corto delle campane a morto ha continuato   a scampanare  dentro un viaggio  che ha segnato il destino ad una miriade di persone. Bisognava far finta di allungare la bocca   fuori   da quel posto  per respirare, per ossigenare i polmoni arrugginiti da tanta  violenza che saltava da   un grande pozzo nero intrappolando anche l’ anima. Purtroppo era molto difficile fare ciò, tantissime bocche erano finite dentro  una   palude d’ omertà  che  si effondeva  sbarrando ogni respiro.

Questo modo di agire  senza  riscattare  la vita del borgo ha fatto sì che non vi sia rimasto nulla: nè alberi, né  viuzze, nè case, nè gente, ma  solo  il silenzio del fumo nero dentro  occhi lontani   affamati di giustizia. Doveri tu? - Dov’ era  il tuo coraggio?- Dov’ era  la tua casa? .......

 

 

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I fatti e i personaggi narrati in questo racconto sono frutto di fantasia: ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
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«Un luogo è molto più della somma delle sue parti fisiche; è un deposito di ricordi, un archivio di tutto ciò che è successo entro i suoi confini. Kate Morton, Una lontana follia»

L'autore
Caterina Zappia

Caterina è nata a Parigi, fra il profumo di cioccolato amaro e la musica di Édith Piaf .Scrive poesie fin dalla sua tenera età. Scrive versi perchè sono loro a farla sentire viva ed amata, sono frammenti di se, di giorni passati, frammenti di sogni e di ricordi che si annidano nella sua anima. La tristezza, la solitu

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Commenti (1)

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Mauro15 dicembre 2012

Atmosfera tetra che ben descrive le faide che per tanto tempo hanno divorato la pace nei paesi oppressi da questo cancro. Bocche cucite per paura di ritorsioni selvagge e atmosfere lugubri che ingoiavano il sereno vivere delle persone perbene. Un racconto che rende molto bene lo stato di fatto di queste realtà. Lettura convincente.