Lost in time
Ennesima discussione e nemmeno troppo rumorosa, ma stavolta è stato diverso.
Davanti a me non avevo più una persona, avevo uno strano tipo che mi fissava.
Le altre volte controbatteva, rispondeva, alzava la voce. Sbatteva la porta.
Dopo un paio di ore mi mandava un messaggio.
Facevamo pace e tutto tornava tranquillo.
Stavolta però, l’ ho visto totalmente assente.
Mi guardava con degli occhi che non avevo mai visto.
L’ ho visto ridere, piangere, godere, stare male, l’ ho visto in tutte le salse, ma questa mi mancava.
Mi lascia perplessa, incredula e anche impaurita.
Credo che se potesse mi toglierebbe la vita.
Ho quasi il presentimento che mi arrivi uno schiaffo, forse me lo merito.
Intanto sto riempiendo fazzoletti come bustine per il thè.
Ogni tanto annuisce, ma è veramente distante.
Sento quasi male e quello sguardo mi entra sotto pelle, passa ogni strato e mi si conficca nella carne.
Ci sono rimasta per quasi un anno, mi aveva sempre fatto vedere il suo lato buono, un misto di premura e calma, di rispetto e simpatia, ma questo lato non me l’ aspettavo.
Ho provato a strappargli un sorriso, una smorfia.
Nulla.
Toccandogli il braccio ho sentito quasi freddo. Una strana scossa.
Gli dicevo di parlarmi, di mandarmi anche a quel paese.
Il nulla più assoluto.
Questo silenzio mi stava facendo a pezzi.
Taceva, si grattava la barba, strizzava gli occhi, respirava piano.
Allungò le gambe e mise le mani dietro la nuca. Ogni tanto prendeva la bottiglietta di acqua, beveva un sorso, si passava la lingua sulle labbra, serrava la mascella.
Movimenti misurati, lenti.
Sempre in silenzio.
Durante i nostri momenti intimi, di scazzo, di confronto mi aveva sempre avvisato e messo al corrente del suo peggior difetto, a detta sua.
Non era un violento, un bugiardo, una persona malvagia, mi ripeteva fino alla nausea “ ho tanta pazienza, Puce, il dramma è quando la perdo “. Gli rispondevo sempre a tono “ se la perdi, la ritroverai “.
Sorrideva, ma solo adesso capisco che diceva seriamente.
Non l’ ho visto mai perdere le staffe, si è sempre frenato.
Una bicicletta mi passò vicino, quel cigolio di bulloni lenti, di ruggine che picchia contro ruggine, di lamentio di raggi, sentivo il disagio crescere.
Ha deciso, lo sento.
"E adesso che faremo? ". Gli chiesi, dopo essermi soffiata il naso per la decima volta.
"Che faremo? " Ti posso dire quello che farò io.
Guarderò i giorni futuri con animo diverso. Mi ricorderò di te, delle cose fatte, degli attimi vissuti, delle risate e delle lacrime. Aspetterò che il tempo posi la sua patina, inesorabile, su tutto quanto.
Diventerai un'estranea, mi scorderò chi eri, ti vedrò per come sei.
Ecco che farò.
Rispose con freddezza.
Una strana fitta mi annebbiò la vista e bloccò la parola.
Si alzò da quella panchina di pietra, scomoda, come il tagliandino di una t- shirt che graffia il collo.
Mi guardò con disprezzo e odio.
Lo vidi scomparire fra la gente, mentre il cielo si abbrunava.
Soffiai il naso per l'undicesima volta, sicura di averlo perso per sempre.
Il Matteo nasce a Pisa nel lontano 1977. Prende il soprannome di Bio ( oltre ad altri cento) per la sua passione di fotografare l'acqua in tutte le sue forme. "Biyo" in Somalo vuol dire acqua. Dopo lo corresse in Bio. Scrive racconti, poesie, storielle e parodie. Si dedica al fai da te, chiaramente alla fotogra
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