Lungo la strada che percorro lento
s’offrono oggi alla vista di granturco
alti dalle frasche verdi steli,
da guaina al tutolo crescente
fanno alcune e corre altrove
la memoria: delle quaglie,
altro campo, altra stagione,
ero fanciullo oggi vecchio stanco,
ecco quei nidi da steli dal fogliame
lì nascosti, ricetto sicuro e protezione,
che spiavo attento silenzioso un varco
aperto senza far rumore: prima
screziate uova poi il loro aprirsi,
l’aprirsi alla vita, di vite nuove
il nascer un dolce lento pigolio.
Bello sarebbe se il nido qui
oggi ancor facessero le quaglie! | 
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Che dice al cuor all’animo mio
il tuo volar di fiore in fiore bianca
Farfalla? La libertà tua quel danzar
tuo senza turbamenti ed il mio
esser fermo io e prigioniero poi
dei tanti affanni e tristi pensieri. | 
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Di San Pietro la collina punteggia
degli abeti il verde scuro, d'un azzurro
fermo chiaro laggiù il mare, bianche
nel ciel lassù nuvole immote, eleganti
alla dolce vision dan vita i gabbian in volo. | 
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Se nel girar il mondo e l’Egeo mar
solcando in Mykonos fermo il piè
tuo porrai all'occhio si parrà ecco
nel porto questa singolar vision
una bitta dall’umor salso di ruggine
vestita e lì un vecchio pellicano triste,
spente l'ali il lungo becco un pesce
a stento ivi tenuto a la fame spegner
dono gentil da gentil man cara offerto,
non fiaba é questa o mera pur leggenda
che questo tu forestier ben sapere devi:
un altro pellican un tempo qui vi dimorava
da pietoso pescator da morte certa tratto
alti violenti eran dei marosi i flutti un corpo
sanguinante spezzate l’ali e malconcio
quel suo pover becco e lacere le zampe
tutte a vita da quel pietoso dato Petros
da allora così chiamato per anni visse
dalla gente amato qual dell'isola simbolo
e bandiera alla morte fino per crudel destin
che la memoria sua nl tempo onorata fosse
non un marmoreo freddo simulacro qui si volle
ma nel tempo veri uccelli a lui german viventi
quanti poi da allor qui presenti è difficil dirsi! | 
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Da mesi sai che t’aspettava o corazzato amico
or che chiuso l’inverno il tepor de la prima
primavera nuovo risveglio a te ha poi portato
sì or del piatto il tintinnio ancor risuona lì
quando la sera tarda alla notte il passo cede
che da quello di dolce pomo sottil fette sottili
lì da man le sue amiche poste traendo coi tuoi
dentini aguzzi rumor crei spegnendo la rinnovata
fame, poi furbescamente aspetti il suo venire,
gli occhietti vispi e quel tipico tuo musino son lì
pare le par per ringraziare che di lei non hai
paura che alla maniera tua non ti rinchiudi a riccio
o riccio, un attimo un istante sol sì la guardi poi
per ratto ratto velocemente sparire nel giardino. | 
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Aspra selvaggia Alicudi isola eoliana
nata da lotte aspre tra fuoco terra mare
nei lontani secoli passati l'offesa grave
di macchine motori d'asfalto strade viali
ancor oggi non patisce rigata solo
quali arterie e vene per il viver dell'uomo
da ripidi sentieri ostiche dure mulattiere.
Così alle navi e barche dal mare
lì giunte e lì ferme ed ancorate
indifferente tu guardi, il basto vuoto,
fermo presso la marina mulo paziente
nell'attesa presto di riprendere l'ascesa
verso le alte lontane pendici del vulcano.
Dura questa sarà e di più il fardello tuo
grave da portar lassù il passo attento
vigile lo sguardo, non già i profumi vari
non i colori tanti di assenzi bianchi gialle
ginestre eriche rossicce agavi in fiore
che quel sentier sfiorano, infida petraia,
sotto il cocente sole sollievo saran alla fatica sua.
Così con quel tuo ritmato cadenzato andare
quel trasportar pesanti carichi diversi
e i venir e i riandar dell'Isola il cuore fai pulsare
ossigenandone e irrorandone i tortuosi vasi:
non so se un giorno ti faranno un monumento
qual ricordo nel tempo di te imperituro qui
dove oggi tu stai paziente al pal legato
linfa vital che vita qui non muoia e viva sia. | 

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Pensoso solitario mentre io solo seduto sto
sopra un paracarro lungo il rotto ciglio lì
una strada assolata sterrata di campagna
nel verde intenso di una risaia lì ritta tu pur
te ne stai sola senza compagnia sola soletta
bianca garzetta dalle sottili lunghe zampe gialle
il collo io alzo al cielo tu nell’acqua cali il tuo
estranei l’uno all’altra ognun coi suoi pensieri
per l'animo io cerco il nutrimento tu al viver tuo
lontan poi si sente il suon velato di una campana
mi sveglio io dal torpore mio e con stanchezza tanta
con eleganza tu ti libri in maestoso volo a me della terra
il sapor dal vento smossa dell’aere a te più in alto la dolcezza. | 
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In falso inverno cominciò una fiaba:
era l’inizio della primavera.
Venne dal pelo maculato eroso,
nuda la carne e una malferma zampa,
tra la neve mendicando un osso
il gatto e qui trovò ristoro.
I tuoi attenti atti e un amorevol tetto
a ritrovar le forze e la speranza
di vita migliore e senza stenti
lo portaron. Or ti guarda felice
e ti sorride alla carezza attento. | 

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Copron ninfee carnose e dal giallo fiore
il largo specchio di un melmoso fosso
e nel silenzio non sento per qui strano
poi verso alcuno delle figlie del limo
delle rane ma da qui lontani un tuffo
un gracidare come a dir al domandar
a quel pensar mio muto son qui presente
ti saluto e del pensier io grato m’allontano | 
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Fermo ritto immoto là nella risaia
verde un airone cinerino, fisso io
fermo curvo su un paracarro al ciglio
di una strada, quello le larghe ali stese
poi lentamente pigro quasi prende il volo
quali che siano i suoi pensieri con lui
volando stanno, mi alzo io barcollo
a terra cado gravato dagli affanni miei. | 
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Oggi un allegro cinguettar nell’aria
più dolce è il canto sulla spoglia brocca,
da spoglio diverso oggi lassù quel nido:
punteggiato di bianco il nero fondo,
nuove vite annuncia quel festoso dire. | 
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Avvenne negli anni ma non è una fiaba
giunto un inverno giunse il pettirosso
a mendicar a cercar di spegnere della
fame i morsi povero il vecchio misera la casa
ma di un pezzo di pane vi fu condivisione
così negli anni tanti nel cuore degli inverni
sempre assieme e quei tristi poi saluti
agli inizi delle primavere con in cuor
la speranza di pronti attesi arrivederci
ma poi vi fu un ultimo inverno la man
tese il vecchio quel dì di briciole foriera
il pettirosso trovò la finestra semichiusa
la man vuota e penzolante freddo un braccio
lì più volte e più lì saltellò forte poi forte
sbattè spaurito l’ali e il capin reclinò dolente
per sempre insieme insieme nella morte | 

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Cadde sul ciglio della strada
il topolino colpì poi piede
crudele, agonizzante pietosa
man con cura la tua raccolse
indi tra fiori profumati pose
che a lui fosser gentil bara. | 
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Quali i pensieri tuoi albatro marino
che dopo la procella tra sdraio mute
ombrelloni spenti solitario fermo stai
sulla lavica nera spiaggia di Vulcano?
Ritrovar il lì vicino amico scoglio
migrar lidi nuovi trovar di bianca sabbia
per mutar così il color di quei pensieri
quale io vorrei dei miei ricordi amari?
Non parli non rispondi ti alzi in volo lento
spiegate l'ali su Lipari verso il mare
che il vento a me gli ignoti tuoi pensieri
rendere possa quale che essi sian più leggeri
senz'ali io qui fermo come un sasso i miei
dalla mente strappati vorrei laggiù lanciare
verso del vulcano quel sulfureo acre fumo
lì il nascosto fuoco li possa di colpo incenerire. | 
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Bella piena di luci quella casa
picchia del bimbo alla finestra
il passerotto il becco infreddolito
chiede una briciola piccola di pane
ma cattivo è il bimbo e non si cura
della piccola creatura che lo implora
e sì che ricca tanto la merenda sua
con fatica altrove vola il passerotto
misera è la casa un povero tugurio
non ci son vetri alle finestre scure
solo spessi fogli di cartone scuro
qui sbatte contro e pur qui implora
scosta il cartone una piccol mano
e a quello dona quel che può tutto
donare di pane raffermo un piccol
tozzo di un bimbo povero ma buono
non la merenda ma il pasto quotidiano
dal Ciel mandato era quest’ uccellino
verrà il Divin Bambino la Santa notte
il secondo a premiare e il primo a castigare | 
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Cerco invano dalla finestra semichiusa
che guarda sul giardino quasi brullo
dall'autunno in parte già spogliato
dagli ultimi colori e che all'inverno
vicino ormai si offre triste e nudo
la tua presenza amico pettirosso:
da giorni è già trascorso il tempo
l'ora sperata a me cara negli anni
familiare e attesa dell'arrivo tuo!
Guardo e ascolto degli altri uccelli il canto
passeri, merli, gazze e le colombe
che tutto l'anno sento dai vari suoni
il cinguettare ma quel tuo canto
melodioso e a Chopin caro non è più qui
malinconico mi sento nel non sentire quel richiamo.
Per anni ricordi ci siamo fatta compagnia
quattro mesi circa di giornate fredde
buie anche nevose, rarità lo splendere del sole
nell'ultima dell'anno la stagione
che porta al cuore e alla mente di chi
ha già percorso della vita anni su anni
molti ricordi e i tanti sogni sognati
poi svaniti e legati a quella passata
e assai lontana nel tempo giovinezza.
Giungevi all'improvviso e all'improvviso
poi partivi poi all'ultimo marzo
te ne sei andato e da quel giorno
lontano sei da qui la tua presenza persa
e oggi così mi sento ancor più solo.
Il cinguettio tuo che tra i tanti più degli altri
percepivo segno era che stavi lì vicino
nascosto dietro quel cespuglio spoglio
poi in silenzio io ti osservavo e tu con rapida
ma circospetta corsa sull'esili zampette
qual fili sottili sottilissimi di rosso colorati
come il piccolo petto che gentil ti dona il nome
quel caro canto ad un tratto interrompevi
e a beccar lesto correvi quelle solo per te
povere briciole dalla man lasciate in quel posto
ad altri ignoto e che tu solo conoscevi:
l'umile e parca mensa non molto di più offriva
tu lo sapevi ma non ti lamentavi: una beccata
e ti guardavi attorno al pericolo possibile guardingo
poi riprendevi e talvolta il bel capino sollevavi
e mi guardavi ed io ti rispondevo e questo era
per me conforto ai miei pensieri d'infelicità pieni
e così in quegli istanti e quella tua presenza
rottasi un poco l'infelicità mia felice sorridevo
ora quelle briciole un tempo a te regalo beccano
facendosi la guerra passeri merli gazze e le colombe
e l'infelicità rimane rotta solo da un rapido singhiozzo. | 
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Maestose si estendon della vecchia Thugga
le rovine di civiltà di tempi morti antichi, qui
si aggiran pieni di curiosità sotto il calor
del sole di turisti stuoli, il capitolin tempio,
al favor di Giove Giunone e Minerva eretto,
gode tra di lor di particolar ricerca e studio,
e poco lontan di lì in un prato di rovi di sterpaglie
un asin sonnolento a quel vociar della curiosa
lì vicina gente indifferente bruca tra i sassi
a la fame lenir sua e indifferente pur par di capire
a quello che fu lì splendido passato come lo fu
quel bigio suo fratello carducciano al progresso
verso a quella sbuffante vaporiera che fuggia:
che asini son il vecchio o il nuovo per loro cambia
poco ma solo esser dell’uomo sempre in sudditanza | 
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Gioca Briscola una mia gattina
dal bel pel grigio tigrato folto
e con lei nell’aria danza di carta
un ricciol frustro lì per terra perso
da una stracciata lettera d’amore
salta quello le sfugge lo rincorre
e poi tanti tanti balzi lì ancora
sorrido all’innocente gioco suo
e mi spoglio dei miei pensieri tristi
che quel frammento forte mi portava | 
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Nascosta quel dì tra i boschi del Ticino
una piccola lodola cantava e del divenir
ignaro io di quel canto tanto mi beavo
che di lontan lugubre triste era il suonar
di una campana poi suono per me fatal
a recar da lì in poi solo dolore e pianto
che dal materno ramo quel dì cadde
mentre quella piccola lodola cantava
una piccola verde foglia a me sorella | 
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Un cinguettio triste là su la brocca
dell’alto tiglio spoglia, un lamento
s’ode, non più com' ieri di canto
per l’aria e nel volo un’allegrezza:
man vile violenta dell’uccelin
colpì quest’oggi la compagna. | 
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Nulla m’è dato di saper quali i tuoi pensieri
o dal giallo becco merlo nero che dal ramo
alto del platano fronzuto oggi al ciel non
lanci quel gioioso acuto trillo tuo ma un lento
pigolio lento che come mesto pianto pare. | 
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Stanco s’alzava il mattino il vecchio
pigro poi lentamente scendeva le scale
di lui in attesa nello stanzin la gatta
e di quel ghiotto boccone se ne stava,
mangiava la gatta e poi gli sorrideva
e del vecchio il viso si rasserenava
e quel suo stanco sentir s’allontanava.
Già semisonnolenta la sera era la gatta
sul divano stava allor seduto il vecchio
oh quante tante volte prima di dormire
al comando alle ginocchia sue s’accucciava
poi spariva in attesa del sonno e del mattino.
Morì la gatta, vennero poi sere vennero mattini
la stanchezza rimase niente più salti alle ginocchia
or quel vecchio solitario solo di ricordi vive. | 

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Sopra un mobile fermo sen stava
ricordo nella casa della mamma
qual ninnolo grazioso un guscio
fortezza e scudo d’una tartarughina
da me raccolta mentre tranquilla
pigra sen girava lungo un fossato
vicino al fiume Sile in quei giorni
miei di vita militare e qual ricordo
volevo poi mi facesse compagnia
in un giardin da lì tanto lontano
ma di quel gesto poi tanto pentito
che dopo un mese quel mutar
di luogo le fu piccola cara sì fatale:
che quel che spesso esser amor
pensiamo diventa inver atto disumano. | 

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