L’acerba foglia un lontano tempo
dal materno ramo cadde: piansi,
poi dal tronco della vita il paterno
vetusto ramo dalla folgore colpito
quel dì di dolore amaro piansi,
ora solo rimasto, povera foglia
vecchia dal primigenio secco
ramo dalla grandine del tempo
distrutto e nella caduta rovinosa
sua dal materno amor suo protetto,
solo nel pianto attendo quel refolo... di vento. | 


|
|
|
Verde il colore ancora
la primavera in fiore
un battito un istante
si stacca cade la foglia
saluta il ramo amico
il vento ecco si alza
lontano via la porta
un attimo un sospiro
così come la foglia
sorella mia giovinetta
dal materno collo quel dì
la man tua cadde nel vuoto
un ultimo sorriso spento
la parca venne e ti portò via. | 

|
|
|
Eran quattro le seggiole quel tempo
la mamma il babbo e due piccini
attorno a quel tavolo a Natale
una mensa né povera né ricca
felicità e allegria lì tanta tanta
ma se il tempo oggi a quel tempo
volessi di colpo subito all’istante
riportare vi troverei tre sedie
vuote e lì poi visi noti invan cercare | 
|
|
|
Nascosta quel dì tra i boschi del Ticino
una piccola lodola cantava e del divenir
ignaro io di quel canto tanto mi beavo
che di lontan lugubre triste era il suonar
di una campana poi suono per me fatal
a recar da lì in poi solo dolore e pianto
che dal materno ramo quel dì cadde
mentre quella piccola lodola cantava
una piccola verde foglia a me sorella | 
|
|
|
Profondo il silenzio, pure l'aria è muta,
qui ritto, qui fermo, qui davanti sono
e' l marmoreo monumento io fisso:
qui, nel piccol cimitero del paese,
qui la mamma dorme e non lontan,
che presto tolta fu alla vita, la giovinetta
figlia, mia sorella, pur riposa, papà
accanto da tempo a lei fa compagnia.
Questo, mamma, il mio parlar silente:
potrai alla mente chiedo mai sentire?
Molti anni abbian qui noi due pregato,
più di cinquanta, tanti, ricordi, tanti e tanti,
poi anche tu, ormai stanca debole e canuta,
me e la vita hai abbandonato, oggi solo qui
son nel pianto forte in preghiera nel ricordo. | 
|
|
|
Un piazzale ricordo e una chiesa
Santo Stefano di un anno lontano
mezzogiorno e quel pallido sole
e di Natale una parte dei doni
regalati ad una orfanella bambina
da una mano la tua esile e bianca
anche tu sì bambina una sorella
poi a me tolta nel fiore degli anni
e quei due sorrisi nel cuore rimasti
e quel sole come acceso plendente | 
|
|
|
Quattro settembre del cinquantanove
e l’Estate stava per morire ma caldo
ancora quel pomeriggio afoso, l’aria
mossa sol dal suon d’una campana:
l’annuncio triste dava della morte
tua, cara sorella mia, stava già freddo
il corpo tuo e fermo silente il respirare
tuo, come freddo gelato il cuore mio
spento nel dolor sì grande in quel
attimo pur fermo senz’aria respiro mio | 


|
|
|
|