
 Nella città, lungo calli spettrali,
s’erge un palazzo di forme surreali.
La sua facciata arcana e misteriosa,
cela un enigma che il tempo non osa.
Di una giovin donna, dicon le voci,
che tra le stanze erra con torti atroci.
Senza testa è il segreto custodito,
tra pietre e affreschi, di vita svanito.
Forse un amor tradito o fato avverso,
la condannò a vagar senza più verso.
Nelle notti di plenilunio appare,
sulla scala a chiocciola, quieta pare.
Veste un abito candido di seta,
che prende il baglior di luna completa.
Dalla balaustra, come un’ombra piomba,
e si odon passi eccheggiar da una tomba.
Venezia notturna avvolge e circonda,
il suo spirito in freddo abbraccio abbonda.
Il profumo salmastro dei canali,
si diffonde e la desta tra i mortali.
Gli ospiti fremono, occhi spalancati,
d’averla vista in incubi passati.
Chi è questa donna senza volto e voce?
Un fantasma di passione feroce?
Chissà, ma un tremor scorre tra le mura,
un cenno senza aria, una pena oscura,
che nel barlume della verità
l’anima cerca la serenità. | 

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 Tanto tempo fa un giovinastro brioso
che non faceva altro che divertirsi,
a scuola altresì bullo, era pur noioso;
scocciava le ragazze allo sfinirsi.
In un vespro, con gli amici in segreto,
si fece convinto di andare immune
nel cimitero; ad aprire indiscreto
la botola della fossa comune.
Tra il tenebrare, scheletri e la fretta,
ancora con le sue trecce argentate
c’era il chiaro cranio della nonnetta;
che parea dir: «Meglio che ve ne andiate!».
Non contento della presentazione
e fregandosene dei malefici,
infilzò le spoglie con un bastone
e legò il macabro trofeo alla bici.
Sul finire, lo abbandonò avveduto
tra rovi pungenti e sanguinee piante.
Nessuno aprì bocca dell’accaduto
ma a breve erse luna in falce calante.
E avvenne che egli, impennato alla moto,
in una transenna inceppò alla cresta;
sicché, oltre a farsi sbalzar nel vuoto
finì pur col recidersi la testa.
Adunque viandante: mai disturbar
l’estinto che riposa, or nella notte
dei morti, la nonna è là; a sogghignar
dell’acerbo teschio fra le ossa rotte. | 

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Il feretro dell'estinta abadessa
giacque sul freddo marmo nel sagrato;
alle sorelle il compito affidato:
turno di veglia in preghiera sommessa.
Ahimè, di notte alzò un temporale;
una folgore trapassò la croce,
un macabro pallore giunse atroce;
prossimo al cero l'effetto brutale.
Alla novizia, ferrea, al suo cospetto
azzardò l'unta mano del peccato...
Nella rossa pozza la crudel sorte,
imitava un'occhio; ma era un dolcetto.
Spanto il bitter, fu scherzetto assodato
sul far di un sogghigno scampo alla morte. | 

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Quando il raggio della luna morente
penetra il freddo marmo del sepolcro,
sia per tacito e voglioso disgusto
l'abbandono dell'anima ridesta.
Di sanguisughe nutrito il chiarore
e sanguigno il vortice della pena;
l'incubo lancinante si disperde
in oblungo e moribondo lamento.
Rifugge la notte di Halloween
tra le corde povere del dubbio,
lasciando su una pozza di ricordi
in eterna sosta livide voci.
Nella necropoli tra la gramigna
guizzano gocce nere d'amarezza,
come amor che soffre nell'asfissia
quando s'ammala di pittura buia.
Tra i cipressi sogghigna la civetta:
nel suo cupo e perfido solfeggio
l'artiglio dello spirito notturno;
che ghermisce il cuor dove nulla alita. | 

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 L’aria di città un mistero diffonde
nel buio di ogni notte su un fatto cinereo;
quando rialzi le tue ossa iraconde
dalla diafana lastra di un museo.
Allorché in un convento varchi l’inferriata,
occulto, attraversando il chiostro e l’orticello;
per prender in prestito una tonaca incappucciata
e i freschi sandali di un fraticello.
Poi imperterrito per San Marco ti incammini
con la tua possente ombra sfiorando remote mura,
e chi ti scorge con le tue orbite nere che ti avvicini
lesto con il segno della croce, pallido, si scongiura.
A mezzanotte sei sul campanile a suonar la Marangona,
ad avvisar turisti e veneziani che ancor oggi non trovi pace
del sonante tintinnio di monete cui l’anima ti risuona:
di aver venduto il tuo scheletro per una gioia fugace.
E con il tuo rimorso, barcollando,
per mano un bianco artiglio, l’oscure calli peregrini.
Da un calice di vetro del buon vino sorseggiando
mentre alla tua antica casa fiacco t’avvicini.
Borbottando e intonando alla luna
la tua abituale cantilena,
in una perfida nebbia bruna
per alleviar la tua pena. | 

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Salve a tutti, sono nato a Venezia nel 1965. Nel mio percorso di studi ho conseguito il diploma di maturità professionale come tecnico delle industrie chimiche, un interesse che continua a gratificarmi sia nella vita che nel mio ambiente lavorativo.
La letteratura è da sempre una mia grande passione, in particolare la poesia, che considero una delle più nobili forme d’arte per esprimere pensieri, sensazioni ed emozioni.
Inoltre, porto con me un dettaglio curioso legato alla mia famiglia: mia nonna materna aveva lo stesso cognome di un celebre poeta italiano. Vista la rarità del nome, non posso escludere che, in qualche modo, un frammento di quell’eredità letteraria mi appartenga.
Scrivo per il puro piacere di scrivere e ringrazio chi si soffermerà a leggere le mie poesie, così come gli autori che, con le loro opere, contribuiscono ad arricchirmi interiormente. |
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