Splendeva qual rossa rosa la giovinezza
sua forti i battiti del cuor irregolare il polso
l'ebbra vision che i sensi turba alla vista
al piacer sempre nascosta turbinava
la mente vagante era il pensiero mio
così per sbaglio non per voglia la sorpresi
dal bagno usciva come una venere dall'onda
che ad un pittor si mostra e quello poi ritrae
non si voltò, sdegnata, chiusa lesta fu la porta
che ladra la nascose al mio pudico sguardo
cosa poi dissi non ricordo incerta la parola
questa nel cuor ancora conficcata freccia
mortale pronta secca tremenda la risposta
nell'arte del pennello, sai, tu non eccelli
non sei pittor valente povero imbianchino. | 
|
|
|
Da tempo so e tanti gli anni ormai
passati sono solo tristi silenzi mai
che dicesti sotto la veste coglimi
di passione orsù fremente son di desio
ricordo solo quelle tue parole chiavate
nella testa oggi ancora lapidarie ferme
nell'arte del pennello amico non eccelli dir
come vietato per te è il mio scrigno di colori. | 

|
|
|
L’incontro fu quel dì per caso amore
mercenario quella al giovane propose
con sorriso disse quella la casa il segnale
poi un lume acceso la porta semichiusa
ardito quello ardimentoso tutto ardente
per quella offerta venal d’amor pugna
voluttuosa all’indicata casa così mosse
ma spento lì il lume trovò anco serrato
da un chiavistel vistoso l’androne alquanto
spento l’ardor suo finì finito l’ardimento
ingannato si ritrovò qual povero minchione. | 
|
|
|
Spirava quel dì uno zefiro gentil,
soave melodioso degli uccelli
il canto, di profumi fiori erbe
arbor odorava il bosco, fresco
il capanno, soffice il giaciglio,
lì la mia ninfa, ignudo, d’amor
pronto alla tenzone qual dio
Pan ardente il desiderio pronto
sol attendeo poi venne, vide,
persi, irata irose le parole disse:
non può esservi pugna non
battaglia con simile povera... zagaglia! | 
|
|
|
Nella casa antica abbandonata
tra alti rovi arsi spogli senza more
roseti spenti morti nessun fiore
non era inverno ma tarda primavera
rudere cadente la porta spalancata
rifugio un tempo dalle ansie mie
fuggir e qui trovar al cuor ristoro
dimenticando dell'animo i miei mali
dove un giorno lieto ormai lontano
spegnendo l'arsura degli affanni
mi donasti fanciulla la freschezza
del tuo primo e acerbo amore
ho ritrovato nel guardare lento
tra calcinacci dal tetto giù caduti
un luccicante oggetto per l'infiltrato sole
un orecchino in parte rovinato
perso l'avevi tu la notte dell'addio
tormentato dopo un atto triste fugace
d'amor non consumato nell'attimo fu
di un'ultima carezza la mia che sdegnosa
il capo irata scuotendo di scatto rifiutasti
ad un appassito finito per sempre amore
ultimo oltraggio un grido non mi toccar
con quelle luride schifose viscide
tue mani che oggi di quello rispettose
neanche questo tuo ricordo osano toccare. | 
|
|
|
Tu che le stagioni tutte dell'amore
hai vissuto tanto assaporando
della primavera le primizie
quei fiori azzurri variopinti
che a te s'aprivano vogliosi
d'offrirti la delicata essenza loro
ch'hai assaporato le delizie gioie
qual i gustosi frutti dell'estate
labbra rosse ardenti ciliege
da baciare pere succose per te
quei seni da succhiare nettare vitale
e laggiù le pesche tante vari colori
vellutate che aprendosi al desio
a te deliziato hanno i sensi il cuor tutto
la mente tu che l'uva asprigna tarda
dell'autunno alla bocca spremuta
inebriante mosto hai pur bevuto
che dalla secca castagna godevol
nutrimento hai poi lieto gustato
che dell'inverno degli agrumi aspri
ti sei di tanto in tanto deliziato
più il profumo odorando e il frutto
sol guardato toccato sfiorato con gentil
tatto ancor accarezzato capir non puoi
chi fiore mai non colse non gustò
ciliegia della castagna dal riccio
poi fu punto pure e vecchio si trova
come un limone senza arancia in mano. | 
|
|
|
|