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Seduto sopra una panchina
di cemento consumato e ostile,
imitavi il profilo della falce a riposo.
Il binario di fronte
attendeva il suo treno
con apprensione materna.
Sopra le gambe un cartoncino avorio
grande come un Vangelo spiegato.
Strofinato con un pennarello non ancora sfoderato.
Rimuginavi...
Lettere e parole.
Vergogna e languore.
Comporre una preghiera.
Da essa farsi accompagnare.
Attraversare quello spazio di carta vergine
Valicare un nuovo confine
di onnivoro dipendente da altri onnivori;
figlio di passanti i cui volti non oserai fissare.
Fu una repentina folata
a soccorrere il tuo pudore.
Subitaneo profumo di prato appena tagliato.
Fu la scuola.
Il primo giorno.
Fu il cortile nell'intervallo e i sacchi neri pieni d'erba.
Tra le voci quella della maestra
una mamma che non era tua mamma:
“Bambini rientriamo in classe, iniziamo a scrivere qualche lettera dell'alfabeto”
E tu che salivi le scale tre alla volta
circondato da guance rosse e pettinature arruffate.
Qualche briciola di eternità rimasta dietro la schiena di ognuno.
E poi il foglio a righe
Il tremulo appoggiarsi di segni ignoti
E alla chiusura della prima a, non eri già più quello di prima.
Abbandonavi lentamente quel paese dove
una melassa dal sapore di foglie e zucchero,
si distende collosa sullo scorrere del tempo.
E dal quel giorno il tempo, invano,
quaranta volte settembre ti aveva ricordato.
Ma, sordo ai calendari, diventavi la tua parte debole.
Diventavi suole che sfregano l'asfalto
Diventavi un collo in cerca di volti amici
Il rimando diluito nel vino
Una preghiera
Per chi partiva
Per chi arrivava
Per chi salutava
Per chi frugando nelle tasche del suo quotidiano
avrebbe estratto una distratta compassione
donandotela con evanescente soddisfazione
E come quel giorno la tua mano smosse l'esitazione:
“AIUTATEMI HO FAME”
E già non eri più quello di prima. | |
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