 | In quale limbo s'è cacciata l'anima mia perversa?
Vaneggia la mente col cuore in tempesta
in uno stridor di porte che si chiudono per sempre.
Placido il sonno, turpe il risveglio...
e tu sei lì coi tuoi pensieri fino al morir del giorno.
Dolce armonia e nota stonata,
tenero sguardo e gelida occhiata.
Perdonami se non so darti che pena.
Lascia che quest'anima inquieta
prosegua il suo cammino solitario.
Triste è il mio sentiero e chi con me lo percorre.
Abbandona, dunque, quel sentimento
che ancor ti lega a questo naufrago
senza speranza di ritrovare la terra,
perché ha smarrito la rotta del cuore.
Senza meta, senza amore, sia il mio regno il mare
dal sapore amaro di vita dal dolor sospinta,
sia il mio sguardo a quel cielo irraggiungibile.
Addio sirena! Addio approdo celeste,
giorno splendente, orizzonte infinito.
Addio, dal naufrago del mare e del cielo,
straniero alla sua amata terra.
Addio desiderio ancestrale, aquila siderale,
il cuore del leone era l'ultima agognata meta...
ma è sempre stato troppo presto o troppo tardi!
Addio amore, per la tua pace, per la tua serenità.
Sarai sempre con me nel cuore, nella mente,
nell'anima mia che non muore, come questo amore
che pur s'è perso e dissolto ma vivrà per l'eternità,
nel ritornar polvere di stelle in grembo al sole. | 



|
|
|
 | Parlare col cuore, mute le labbra,
Amare in silenzio, mentre l'anima si ribella.
Ostentare gaiezza quando più mi manchi,
Lasciare che il tempo lenisca il dolore.
Alzarsi al mattino senza te accanto,
Tornare a casa ed essere soli,
Entrare nella tua stanza che non è la nostra,
Sentire il contatto a lunga distanza,
Odore del tuo corpo ad occhi bendati.
Riscoprire ogni giorno che tu mi sei sempre più cara.
O te o nessuna al tuo posto.
Innescare una bomba che non esplode,
Nell'attesa di un momento che non arriva.
Esce dal petto un desiderio di morte,
Sento che le forze mi mancano,
Tanta è la disperazione nel non poterti abbracciare.
Illusione solo illusione, nient'altro che questo.
Mai riuscirai a comprendermi.
Amaro è il sale della terra,
Buona è l'acqua che disseta.
Inutile è la mia pena.
Lasciarsi vivere non ha senso,
Esser morti per non sentir dolore. | 




|
|
|
 | Desiderio di baci, desiderio d'amore
la spada sul fianco, la spina nel cuore.
Labbra vermiglie, occhi splendenti,
respiri affannosi che turban le menti.
Il pugno serrato sull'elsa corrosa,
difende l'amore ch'è sopra ogni cosa.
Ricordi roventi di cose mai viste,
ritorna alla mente un circo a tre piste.
Uguali destini s'intrecciano in uno,
si vince o si perde, l'impatta nessuno.
Desiderio di baci, desiderio d'amore
la spada sul fianco, la spina nel cuore.
Rumore di passi, il fiato sospeso,
il cuore che batte, il sangue rappreso.
Ferisce la spina nel punto nascosto,
è il cardio tranvai dell'avanti c'è posto.
La gente che spinge,
qualcuno è schiacciato,
c'è un vecchio signore,
ch'è molto seccato.
Desiderio di baci, desiderio d'amore
Si ferma la corsa, si ferma il tuo cuore. | 



|
|
|
 | Un po' bigotto e bacchettone
accedea spesso al gran portone
e con la man sua mai stanca
sentenziava a dritta e manca.
Su in cima alla panchina
torreggiava come in vetrina
e sul volgo in grande attesa
il verbo suo facea già presa.
Avete Voi mai applicato
le buone regole al dettato?
E se Voi fideli a me sarete
l'esclusiva nel mio regno avrete.
Siam peccatori Tu lo sai...
Azzi vostra, hai visto mai?
E alla fin della partita
la sentenza era sortita.
Con la falce che vendemmia
tagliata fu la gran bestemmia.
Or suvvia figlioli andate
ed il verbo propagate.
E di noi che il ciel non volle?
Chi se ne frega, che me ne tolle?
Bussate un altro dì a sto loggione,
digerite Voi il gran magone.
E così sul calar del giorno
ognun pensò di togliersi di torno,
ma l'indoman festosi e gai,
tornaron all'attacco a cercar guai.
Oh beneamato e cortese bacchettone
vuoi tu aprirci il tuo portone?
Sì ma mercede Voi avrete
se al mio voler vi asservirete.
Padre padron te lo prometto
sarò il figliol tuo prediletto.
Ebbene or che hai ben capito
puoi passarmi lo spartito.
Leggerollo con attenzione
e se verrai in mia magione
assegnerotti il gran blasone.
C'aggia fà so' bacchettone! | 



|
|
|
 | Parti senza fare bagagli,
ascolta la voce che viene dal petto,
corpo che muore, anima che non.
Odio, amore e passione cassano convenzioni,
di un'esistenza altrimenti vuota.
Lascia che, il caldo sentimento dell'amore,
prenda sopravvento sul gelido raziocinio.
Abbraccia la vita e chi con te l'ama,
senza porre condizioni.
Domani non sarà troppo tardi...
Pegaso immortale ritorna ogni giorno,
per condurti alla luce,
tu che di luce vivi.
Palpita il mio cuore al pensiero di te
Ansima il mio respiro, al desiderio del tuo corpo astrale.
Ode la mia anima l'inquietante sussurro del tuo richiamo.
L'ansia di raggiungerti lacera il silenzio dell'attesa...
istanti che paiono giorni,
giorni che paiono anni,
Alba boreale illumina questa lunga notte!
Memoria ancestrale indica la rotta!
Aquila siderale accompagna il mio spirito!
Mio è il destino irto di spade acuminate...
il cuore del leone è l'ultimo approdo. | 



|
|
|
 | Se all'apparir scomparve
l'immane raggio,
fonte di speme e di coraggio,
t'indicò la via
e tu seguisti la sua scia,
ma l'indoman si fece lieve,
sì pallido, senz'esser neve.
Dubbio, sconforto, amarezza,
avrai più la sua carezza?
All'improvviso richiamo ridondante,
ti mise all'erta,
permettendoti di riabbracciar
la cara Berta! | 



|
|
|
 | La mano che scrive,
Il cuore che detta,
Il sole che muore,
non è una disdetta,
per l'uomo proclive
a guerre stellari.
La luce abbandona
chi profana il silenzio,
ma tu non ti doni
e rimango più solo,
il rapace
or spicca il suo volo. | 



|
|
|
Esser soli contro vento,
una lotta senza pari,
mitigare puoi tu tempo
che cancelli tutti i mali
il dolore in me nascosto?
Nella vita non c'è posto
per chi corre in tutta fretta,
la fa sempre da padrone
chi nel mar non fa maretta
e la vita lo conduce
lentamente all'imbrunire,
senza ombre, senza luce,
senza un minimo patire.
C'è chi sceglie per morale
una vita senza drammi,
preferisco viver male
sono solo pochi anni.
Ma una landa senza amore,
che tutt'or ti sembra bene,
è una gabbia con dolore,
non lenisce le tue pene.
Incomincio a contar l'ore
di una vita ormai perduta
di una vita ormai vissuta
senza onori, senza gloria,
resta solo la memoria
di un amore appena nato
che vagisce nella culla.
E' il sogno mai sognato.
Lei il vento, io il nulla. | 



|
|
|
 Compagni di banco,
lui sempre quieto e ben ravviato,
io impertinente,
irriverente e scalmanato.
Suo padre avvocato,
mamma insegnante,
sorella deliziosa e studiosa,
una bella famiglia.
Mio padre ferroviere,
mamma casalinga,
fratello ombroso e scontroso
e ...quando mi piglia!
Le bambine di lui innamorate,
per me manco le più sfigate.
Era l'amico del cuore
conservo ancora le foto.
Era quello che avrei voluto essere
anche solo per gioco.
Diventammo più grandi,
ci perdemmo di vista
ognuno il suo ruolo
e via alla conquista.
Lui divenne avvocato
io solo impiegato.
L'incontravo per caso
sempre solo,
non sorrideva più
come un tempo,
diceva che non era contento.
Passarono gli anni
io ero in salita,
lui era in affanni
disprezzava la vita.
Vagava per strada,
per compagno
il suo cane,
diceva che la vita
era tutto un letame.
Un giorno scomparve
ed era d'inverno,
per lui l'esistenza
era un inferno.
Correvano i giorni
nessuno sapeva,
nemmen la sorella
che con lui conviveva.
Fu solo per caso
che, nell'abbaino
mettendoci il naso,
la sorella lo vide
con la pistola alla tempia
ed un colpo sparato.
Eran trascorsi otto giorni
da quand'era sparito.
Sui giornali scrissero
professionista depresso
e nessuno scoprì mai
altra cagion di siffatto decesso.
Gli amici dissero
ch'era causa del fato,
bello, ricco, aggraziato
ma pure sfigato,
amava le donne ma era snobbato.
Allor per un attimo
son tornato bambino,
ho rivisto i suoi giorni
fausti e gaudiosi
ed i miei che ritenevo
guasti e noiosi;
ho rivisto quelle bambine
correr da lui con diletto,
via da me con dispetto.
Da adulti di donne
io, tante che basta,
lui, mai vista nessuna.
Ironia del destino,
dove sta la fortuna?
Compagno di banco
compagno di gioco,
la vita ti sorrise
soltanto per poco;
io sono quel bambino
che piange accanto
al tuo posto vuoto! | 



|
|
|
 | Un bel dì la cicala e la formica
s'incontrarono per avventura
sul ramo d'una quercia antica.
L'una cantava
bella, fresca e riposata,
l'altra sudava
ed era assai incazzata.
Col suo fardello ed il fiato corto
la formica esordì col dire,
pensando di non aver affatto torto:
"Lavoro tutto l'anno, accumulo e fatico,
tu sei solo un peso morto.
Forse capirai ciò che ti dico
quando l'inverno sarà risorto".
Al ché la cicala fé di rimando:
"Lo so la vita è breve come foglia,
me la spasserò in allegria cantando
e ricorderò, senza far mai nessuna doglia,
cieli assolati, l'azzurro mare, luoghi d'incanto.
Tu sol la fatica della tua vita grama
e sarà gran pianto nel buio della tana!" | 




|
|
|
Siamo d'estate
Scendiamo in giardino
Socchiudo gli occhi
E torno bambino
Vola farfalla
Dal bel colore
Socchiudi gli occhi
Se hai il batticuore
Baciami forte
E' rinato l'amore!
Siamo d'autunno
Scendiamo in giardino
Socchiudo gli occhi
E torno bambino
Cadon le foglie
Non t'allarmare
Socchiudi gli occhi
Lasciati andare
Abbracciami ancora
E lasciati amare!
Siamo d'inverno
Scendiamo in giardino
Socchiudo gli occhi
E torno bambino
Cade la neve
Ritorna a giocare
Socchiudi gli occhi
Non t'affannare
Modella un pupazzo
E fatti baciare!
Siamo a primavera
Scendiamo in giardino
Socchiudo gli occhi
E torno bambino
Cresciuta è una rosa
Nell'aiuola fiorita
Socchiudi gli occhi
Che sboccia la vita
Conserva quel fiore
Non è ancora finita! |  | 



|
|
|
 | La consapevolezza è dell'essere
e non del divenire.
Tu che non sei come altri sono,
ma sarai come altri furono:
polvere alla ricerca di un rimpasto,
anima alla ricerca del proprio uguale. | 



|
|
|
 | Non parlarmi di sera che voglio ascoltare
gemiti di sirena impazzita,
sullo scoglio violentato dai flutti.
Occhi di fiamma scrutano l'orizzonte
in cerca di naufrago che non farà ritorno.
Non svelarmi i confini del sogno...
ch'io non sappia se di sogni si vive
o di vita si muore.
E' all'alba che i contorni si fanno più chiari.
Monolitica solitudine si erge svettante al tuo fianco.
Sirena non piangere!
Il tuo marinaio ha reciso la cima dell'albero di maestra
e a te giunge come onda che segue l'ineluttabile destino.
Ora come non mai parmi sicuro il mare,
lascio la nave per un lungo viaggio.
Oscura non è la via se all'orizzonte arde vero foco.
Il sapore del mare estingue quello del pianto
e penetra l'onda lo spirito inquieto.
Odo una tenue musica che lentamente,
si fa uragano e prorompe in petto.
E' fragore scintillante di luci suoni e voci,
Tu sei la terra, dopo tanto mare,
Tu sei l'approdo che assume sembianza cangiante
di sentiero, bosco, foresta...
e vaga lo spirito inquieto,
fino a quando non trova l'anima sua,
racchiusa in uno snello corpo d'ulivo. | 



|
|
|
 Ricordo sere d'inverno al crepitar
della legna che ardeva nel caminetto
invaso da faville scintillanti,
ricordo i nostri visi al focolare
rosolati come caldarroste
e i nostri vecchi che raccontavano
di demoni e di uomini senza paura.
Alla radio, ogni sera, c'era in onda un romanzo
poliziesco a puntate, con il tenente Sheridan
che solo all'udir della sua voce lugubre,
a luce fioca, faceva venir la pelle d'oca!
Ricordo le cene con gli amici di famiglia.
Ognuno portava qualcosa
di buono da mangiare,
chi il pollo arrosto,
chi le patate e chi il vino.
Già, perché quello era mangiar da signori
rispetto al caffelatte con la piada
o il pane duro avanzato dal giorno prima.
Seguiva sempre una canta d'amore
e non mancava chi, con grande pathos e
a squarciagola, brutalizzava le più belle romanze
fra le opere di Verdi e Puccini.
Infine i vecchi s'attardavano
per un "tre e trentuno"
accompagnato da urla ed imprecazioni
che avrebbero fatto sbiancare il diavolo
ma non le nostre donne di casa
abituate a sentirne di tutti i colori
da quegli uomini rozzi, alteri e virili!
Poi tutti a dormire, mentre "il prete",
nel frattempo, aveva riscaldato
le gelide ed infeltrite coltri.
Ricordo, ancora, che noi bambini,
prima d'addormentarci, stanchi e felici,
pregavamo ringraziando il Signore,
perché ogni giorno donato,
agli occhi nostri, era un giorno di festa! | 



|
|
|
 | Nacque a febbraio
al chiaro di luna,
dicevan i parenti
che portava fortuna.
Crebbe assai vispo
era un bambino,
gli occhi eran belli
dolce il visino.
Presto alla scuola
cartella a tracolla,
in tasca una mela
in mano una molla.
Sogni di gloria
d'esser qualcuno,
amava la storia
odiava il digiuno.
E tempo venne
d'iniziare un lavoro,
ricerca perenne
chi lo trova è tesoro.
Una bella ragazza
vide un mattino,
l'incontro certo
del suo destino.
Studiò d'architetto
e per metter famiglia
saliva sui tetti,
aspettava una figlia.
Ma cadde quel giorno
protezione non c'era,
la gente d'intorno
e presto fu sera.
Era febbraio
al chiaro di luna,
dicevan i parenti
che portava fortuna.
Era il suo mese
quel dell'acquario,
ma fu nella notte
che chiuse il sipario. | 



|
|
|
 | Sussurri alle viole
parole non dette
dettate dal cuore.
Non ci sono fortune
per chi tace l'amore,
se una legge non tua
t'inibisce l'azione,
diventi sua schiava
senza vera ragione. | 



|
|
|
 | Solca il vomere l'arida terra,
esanime il corpo che aspetta
il colpo di grazia.
Tulipani inodori, ortiche violente,
innesti bastardi, larve d'insetti
mescolati a bestemmie.
Irta la crosta
nel supplizio del rostro.
Odore di sangue
e sapore di morte.
Ammantato di silenzio
è il buio della notte,
morbido il tuo lercio sudario.
Odio la luce quando regna la peste
col suo tanfo.
Esce il verme con la bruma notturna,
come vita scellerata
di chi è solo coi suoi pensieri. | 



|
|
|
|