Di violacei contorni
s'ammanta la luna
come inchiodata
ad un incerto
soffitto
di stelle,
breve è la notte,
lunga l'attesa.
Come in stato di trance
vola il pensiero,
a tratti fuggenti,
inseguendo
visioni fantastiche,
mentre creature
dell'inconscio
scalpitano,
come destrieri
senza doma.
Rivi in magma di parole
danno foggia a sinuoso
corpo di donna
che da immagine informe
cangia in più chiaro profilo,
simigliante al sentire
del tuo plasma
sgorgare dal petto
come linfa vitale.
S'attardi il mattino
nel suo divenire,
si fermi la notte
su quel cielo d'oriente,
nell'attesa di quel respiro
che dona un fluir
di sangue alle vene.
Ed ecco il verbo
farsi carme d'estasi
nel momento supremo,
delirio d'un attimo
che volteggia nell'aere muto,
assenso per ode che nasce,
giusta a placar le ire del giorno. | 


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Uccidere il gatto
mi pare assai strano,
saltar dentro ai fossi
e tenersi per mano.
Amare la moglie
e scopare la zia,
ci vuol del coraggio
e pur fantasia.
Avere tre bagni
e pisciare in giardino,
ti rende felice
e torni bambino.
Votar poi a destra
col cuore a sinistra,
oh porca puttana
non s'era mai vista.
Ma la cosa più bella
che abbia gustato,
è mangiar la sardella
insieme al gelato.
Se ora pazziando,
io male ti fo,
ci dico all'Armando
di toccarti il popo'.
Ad essere vecchi
si torna bambini,
si celia e si canta,
si diventa cretini.
Fuor dalle righe
è giusto poi andare,
se senti d'aver solo
3 dì ancor da campare.
Ma guai se non muori,
perché resti fregato,
sei fuori dal coro
e ti sei sputtanato! | 


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 L'era un po' grézza e un po' sciòca
ma l'era 'na gran béla gnoca
enca sl'arvanzeva 'na contadinota.
Quand l'andèva s'agl'amighi a spas
per fè veda al schérpi novi
la scìazèva i raganaz,
per fè veda i su anél
la carzìva i burdél sora i cavél
e per fè veda i su urcin
la scrulìva la tèsta com 'na
campanèla cla fà din din.
Quand l'andèva a spigulè
tòt gli omne i stèva a guardè;
lia las'mitìva a cul buson
e chiélt per guardèla
i stèva ad spuntun.
Quand l'alzèva la sutèna
tòt i stèva in campèna
e quand, senza regipét,
la fasìva veda al tetti
i burdél i curìva a chésa
e is fasìva dal pugnétti.
Tòt i vlìva cla burdèla,
bèla tonda com'na mèla,
perché l'era propri béla béla
ma mai nisùn la tulìva.
Adéss clè dvintéda 'na vècia sgadaza
piò nisùn la guèrda in faza
e per truvé un poc' ad cumpagnia
l'à d'andé drì mi funèrèl
a rezité piò ad zént Avemaria!
DA BELLA RAGAZZA A VECCHIO SEGACCIO
Era un po' ordinaria ed un po' sciocca
ma era una gran bella gnocca
anche se rimaneva una contadinotta.
Quando andava con le amiche a spasso
per far vedere le scarpe nuove
schiacciava i ramarri,
per far vedere i suoi anelli
accarezzava i bambini sui capelli
e per far vedere i suoi orecchini
scrollava la testa come una
campanella che fa din din.
Quando andava a spigolare
tutti gli uomini stavano a guardare;
lei si metteva a culo in aria
e gli altri per guardarla
stavano chinati.
Se alzava la sottana
tutti stavano in campana
e quando, senza reggipetto,
faceva veder le tette
i bambini correvano a casa
a farsi delle pugnette.
Tutti volevano quella ragazza,
bella tonda come una mela,
perché era proprio bella bella
ma nessuno la prendeva.
Adesso ch'è una vecchia segaccia
più nessuno la guarda più in faccia
e per trovare un poco di compagnia
è costretta ad andar ai cortei funebri
a recitare più di cento Avemaria! | 


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Lo chiamavano Spampinato,
introverso e riservato.
Era un tipo assai studioso
e persin parsimonioso
ma come non bastasse
era il primo della classe.
Dal latino traduceva come niente,
era proprio per benino,
era proprio intelligente.
Lo chiamavano Spampinato,
taciturno ed educato
ma ogni genio ha la sua macchia
e questo è ben che non si sappia,
perché un bel giorno fu trovato
s'un'auto vecchia d'un malnato
con guêpière e giarrettiera,
una pistola bella e nera,
maglia a collo di cotòn
e sguardo audace alla Marlòn.
Chissà cosa gli frullava per la mente!
Abbottonato e reticente
fu arrestato immantinente,
sospettato d'esser il mostro di Firenze.
Fra gli annali è racchiusa la sua storia,
rotocalchi e giornali ne portano memoria.
Inoffensivo, mitomane e complicato
nel suo fantastico mondo s'era calato:
nei servizi segreti, credeva d'essere assoldato.
Povero Spampinato, non avessi mai studiato! | 


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Con tutta l'evoluzione che c'è stata
l'uomo l'ha proprio ben pensata,
utilizzando tutta la sua intelligenza
che a me pare più demenza,
per il piacer di dominare
uccidere e soggiogare.
Non bastasse coi sui simili,
nella sua ferocia senza limiti,
se la prende con gli animali,
perché l'uomo a far la bestia
non ha né pari, né rivali,
homo sapiens dei miei stivali!
Due galletti ti fanno del male
nell'annunciare il dì
con gioiosi chicchirichì?
Ma tu li aizzi nell'arena
ad uccidersi a catena.
E che dir del cane che ti dà
sol amore e fedeltà?
Per il tuo piacer insano,
l'addestri ad essere feroce,
facendolo morir di morte atroce.
Infine, tu Matador d'antica usanza,
che uccidi per il barbaro piacere
di sadiche e sanguinarie folle,
non sai quanto io goda, nella speranza
di veder infilzato il tuo ventre molle! | 


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 | Un po' bigotto e bacchettone
accedea spesso al gran portone
e con la man sua mai stanca
sentenziava a dritta e manca.
Su in cima alla panchina
torreggiava come in vetrina
e sul volgo in grande attesa
il verbo suo facea già presa.
Avete Voi mai applicato
le buone regole al dettato?
E se Voi fideli a me sarete
l'esclusiva nel mio regno avrete.
Siam peccatori Tu lo sai...
Azzi vostra, hai visto mai?
E alla fin della partita
la sentenza era sortita.
Con la falce che vendemmia
tagliata fu la gran bestemmia.
Or suvvia figlioli andate
ed il verbo propagate.
E di noi che il ciel non volle?
Chi se ne frega, che me ne tolle?
Bussate un altro dì a sto loggione,
digerite Voi il gran magone.
E così sul calar del giorno
ognun pensò di togliersi di torno,
ma l'indoman festosi e gai,
tornaron all'attacco a cercar guai.
Oh beneamato e cortese bacchettone
vuoi tu aprirci il tuo portone?
Sì ma mercede Voi avrete
se al mio voler vi asservirete.
Padre padron te lo prometto
sarò il figliol tuo prediletto.
Ebbene or che hai ben capito
puoi passarmi lo spartito.
Leggerollo con attenzione
e se verrai in mia magione
assegnerotti il gran blasone.
C'aggia fà so' bacchettone! | 



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 Era alto, era snello, era un fico,
era quello che si dice un bel tipo.
Col fare suo tutte le donne incantava
e con un tenero abbraccio le inebriava.
Le sue parole erano dolci e suadenti,
sorridendo mostrava una fila di denti
e non per mangiare del pane,
ma per divorare da pescecane.
Quelle donne amava
e dei beni spogliava.
Rubava sogni e amore
ma donava le viole.
Qualcuna l'adorava,
qualcuna l'odiava.
Poi un dì partì dal paese,
con un'ereditiera era alle prese.
Dicevan ancora ch'era alto,
ch'era bello, ch'era un fico
ma faceva pure un po' schifo.
Tornò presto al paesello
ma non era più quello;
smagrito ed avvilito,
si era pure convertito,
avendo l'errore capito.
Pregava, fervente, il Signore,
si batteva il petto a tutte le ore.
Infine, fu accolto in convento
e sembrava davvero contento,
poi una notte, sì vide e si udì
un grande portento,
che nel vederlo e sentirlo
mise i frati in fermento.
Di corsa entrarono in cella,
mentre sul pavimento
rantolava d'amore la stella
più bella del firmamento.
Era alto, era bello, era un mito,
ma di certo era un falso pentito! | 


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 Compagni di banco,
lui sempre quieto e ben ravviato,
io impertinente,
irriverente e scalmanato.
Suo padre avvocato,
mamma insegnante,
sorella deliziosa e studiosa,
una bella famiglia.
Mio padre ferroviere,
mamma casalinga,
fratello ombroso e scontroso
e ...quando mi piglia!
Le bambine di lui innamorate,
per me manco le più sfigate.
Era l'amico del cuore
conservo ancora le foto.
Era quello che avrei voluto essere
anche solo per gioco.
Diventammo più grandi,
ci perdemmo di vista
ognuno il suo ruolo
e via alla conquista.
Lui divenne avvocato
io solo impiegato.
L'incontravo per caso
sempre solo,
non sorrideva più
come un tempo,
diceva che non era contento.
Passarono gli anni
io ero in salita,
lui era in affanni
disprezzava la vita.
Vagava per strada,
per compagno
il suo cane,
diceva che la vita
era tutto un letame.
Un giorno scomparve
ed era d'inverno,
per lui l'esistenza
era un inferno.
Correvano i giorni
nessuno sapeva,
nemmen la sorella
che con lui conviveva.
Fu solo per caso
che, nell'abbaino
mettendoci il naso,
la sorella lo vide
con la pistola alla tempia
ed un colpo sparato.
Eran trascorsi otto giorni
da quand'era sparito.
Sui giornali scrissero
professionista depresso
e nessuno scoprì mai
altra cagion di siffatto decesso.
Gli amici dissero
ch'era causa del fato,
bello, ricco, aggraziato
ma pure sfigato,
amava le donne ma era snobbato.
Allor per un attimo
son tornato bambino,
ho rivisto i suoi giorni
fausti e gaudiosi
ed i miei che ritenevo
guasti e noiosi;
ho rivisto quelle bambine
correr da lui con diletto,
via da me con dispetto.
Da adulti di donne
io, tante che basta,
lui, mai vista nessuna.
Ironia del destino,
dove sta la fortuna?
Compagno di banco
compagno di gioco,
la vita ti sorrise
soltanto per poco;
io sono quel bambino
che piange accanto
al tuo posto vuoto! | 



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 Una sera di festa tra amici,
vin tracannando
all’ardente fuoco
del camin cantando,
rivanghiam giorni felici,
nel ricordar tutti quelli
che parvero agli occhi
d’ognun fra i più belli.
Ebbri ed assorti
accanto alla brace,
langue la festa
e tutto tace.
Nella penombra
mi tengo in disparte,
raccolgo i pensieri
e l’animo mio parte
per oscuri sentieri.
Lance di ghiaccio,
turbinii del vento,
sento d’intorno
qualche lamento.
Serpenti striscianti
su tombe lucenti,
lupi affamati
che mostrano i denti,
sembrano antri
vicini all’inferno,
sono ubriaco
e fuori è già inverno,
quel tempo passato
mi sembra un eterno!
Ma altri pensieri
mi turban la mente,
ad esser sinceri
ricordo sovente
le belle serate
al chiaro di luna,
io la baciavo
e lei era bruna,
poi penso agli amici
del tempo che fu,
ma molti di loro
non sono più.
Mi soffermo a guardare
quei posti ormai vuoti,
ancora un bicchiere,
ne ho tanti bevuti,
poi brindo al vicino;
ancora un saluto
all’insegna del vino,
e scivolo in grembo
all’amico più grosso,
mi verrebbe da piangere
ma pianger non posso.
E' un brutto sentire
mi alzo di scatto,
voglio fuggire,
non son mentecatto
non voglio morire!
Osservo gli amici
ed incomincio a capire,
rivedo anche quelli
che sono già morti
ma fra i fumi del vino
son tutti risorti.
La festa è finita
da un grande bel pezzo
e allor tutti in piedi
ci togliamo di mezzo,
facciamo la conta
per chi paga da bere.
Ancora un bicchiere!
Brindiamo e ci diamo la mano
ma tutti sappiamo
che non si cambia il destino...
per qualcuno di noi
sarà l’ultima coppa di vino. | 


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 Se m'aiuta la memoria
a raccontarvi vò la storia
di Colui che proprio da fesso,
nella sua folle smania
d'essere immortale,
replicò se stesso
e ciò gli fu fatale,
non avvedendosi
dell'errore madornale.
Nacque perciò creatura simil nell'aspetto
ma diversa nell'agir e d'intelletto,
davvero non pensava il poveretto
che il frutto dei suoi ragionamenti
giungesse dal profondo e parimenti
anima avesse finanche sentimenti.
Il giovin clone appariva privo di vista
e di favella eppur la figura sembrava
proprio quella di lui piccino nella culla.
Pregò sgomento e con fervor sorella Morte,
affinché ponesse fine a codesta triste sorte
ma questa a Lui rispose andando per le corte:
" Tu vivrai in lui senza cervello
tu eri ciò che di te rimane, ora sei quello
e non disporrai della tua vita, troppo bello.
Io verrò a ti pigliare un dì qualunque
ma tu non saprai mai il dì del dunque
e sconterai la pena del tuo error comunque
per aver voluto replicar il tuo corpo, senza
l'anima tua, ancor prima d'essere morto,
il seme della tua pazzia è qui risorto."
E fu così che il povero tapino nel voler beffar
la morte andò incontro a peggior sorte,
abbandonato al suo misero destino,
nell'illusion d'essere immortale...
La storia qui finisce
ma non sarà banale
ricamarci sopra una morale! | 


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 | Nel vicoli bastardi
dai silenzi ciechi,
il suo andar zoppo,
gli sguardi biechi,
storpiava pure i passi,
curvo sulle spalle,
addirittura gobbo,
come ondeggiar su massi.
Mentre la sua mente
vagava per oscure stanze,
ancor più raramente
s'addentrava in siti nani,
meandri di follia,
vortici profondi,
si reggeva con le mani
strusciando per quei muri,
emettea rumori strani.
Conquistata alfin la piazza
si gonfiava forte in petto,
alcun sostegno lo reggeva,
neppur la reietta mazza,
sembrava un giovinetto,
azzardava passo svelto,
il vociar creava vita,
cangiava persin il tempo.
L'occhio era limpido e raggiante,
sembrava un altro uomo,
a sera era elegante.
La mente si snebbiava,
correva eretto forte e fiero
con la faccia sua di tolla
corteggiava una ragazza,
non sembrava proprio vero,
era l'uomo della folla,
era l'uomo della piazza! | 


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 | La mia chitarra, una canzone,
mangio poco e dormo male,
sono io, sono il barbone.
Della vita non me ne cale.
Vivo solo, puzzo di fritto,
non mi lavo, non mi lagno,
ho le stelle per soffitto,
col lavoro non guadagno.
Ho le toppe nel sedere,
mai problemi di sciacquone,
mi piace tanto bere,
casco spesso in un androne.
Sol l'estate è la stagione,
la gente guarda e si zittisce.
Divento "nero" come un carbone
e la cosa m'incupisce.
Mò vien l'inverno ed è assai dura,
mi ci vuol un bel cartone,
il padreterno non se ne cura,
perché son io, sono il barbone! | 


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 In questa società,
fatta di tanta brava gente
ma che conta proprio niente,
emerge pontificando
con un raglio
la peggior specie
del caravanserraglio.
Giacché
ciarlatani e gran lacché,
parolai sbruffoni,
senza che m’attardi
a precisar nomi,
si credon sapientoni.
Aggiungo io:
dal ventre molle,
deboli in pensiero e gnomi!
Col problema dell’occupazione,
nuove tasse e recessione
ci si perde, a tutto campo,
nel disquisire s’uno stampo
tatuato sulla coscia di giovin,
bella e assai maliarda creatura,
esibito in occasione di grande evento,
ripreso dalla TV con grande cura.
La cosa ha fatto scalpore.
Di cattivo gusto, ancor oggi,
s’è parlato per ore ed ore
e si è detto là per là
di mancanza di tatto,
nonché di disdicevol volgarità.
Manco fosse una vergogna
da tenere ben nascosta
o da mettere alla gogna.
Dassi il caso si trattasse
di una tenera farfalla
esibita a bell’apposta
s’una coscia tosta e soda,
tanto per interrompere la moda
di certi artisti
che, invece di cantare,
come apparirebbe naturale,
si fan grevi e tristi
e ci fanno la morale
su ciò ch’è giusto
e ciò ch’è male;
soprattutto cosa fare
se il paradiso si vuol raggiunger
e guadagnare.
Ma il problema fu tanto grave,
per coloro che vedon
nell’occhio altrui la pagliuzza
e mai la propria trave,
che assunse corpo e rilevanza
con sedute ed interviste,
da mane a sera,
propinateci ad oltranza
per dirimer la questione,
stigmatizzando e sentenziando
a dritta e manca,
per bloccare tale scempio
e pur la nostra digestione.
Giornalisti, opinionisti, politici,
prelati ed artisti furon invitati
a discettar per l’occasione
ma lo spettator a casa,
assai prudente,
non s’espresse e si scompose
manco per niente,
distogliendo mai lo sguardo
da quella fanciulla morbidosa,
dato che per biasimare il fatto,
con somma sorpresa e gioia,
cento volte e a iosa
fu ripresa in quella posa.
Il resto del discorso
fu tutto un quaquaraquà e noia! | 


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