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Quel box che chiudeva il mondo
una giostra che girava senza fine
le corse verso casa dopo la scuola
la bacchetta della maestra sulle mani
le partite senza tempo in quella strada di periferia
quel cortile che diventava il West
la tosse di tuo padre che urlava nella notte
la testa sotto il cuscino per non sentire
i voti che non erano mai abbastanza
quella pensione al mare
i ritorni a casa pieni di nostalgia
la luce che illuminava il viso di quella ragazza
le telefonate così solo per parlare
le mani insieme in quella manifestazione
quel megafono nel corridoio del liceo
le assemblee tempestose
le passioni coltivate ovunque
le ore di parole sorrisi abbracci
quegli occhi che brillano verso il futuro
le notti al ciclostile
le canzoni urlate a memoria dentro una chitarra,
la polizia che sfonda la barricata
le estati di lavoro in quell’ Hotel,
i treni che partivano
il posto giusto sul binario della stazione
la convivenza che scalda il cuore
la notte in giro per la città
la prima occupazione all’università
la sensazione di essere al centro del mondo
la diversità come identità
quella piazza unica e magica
quei volti con l’impronta del futuro
lei che arriva come un grande e caldo abbraccio
quel primo bacio che apriva ogni dimensione
l’amore in quella casa di amici
la felicità senza bisogno di parole
le sue ginocchia che strusciavano nei jeans
quel sorriso che allargava il mondo
il sonno abbracciati
l’università che finiva
gli amici che tornavano a casa
la voglia incredibile di rimanere
il bisogno assoluto di non tornare
gli anni di precariato
i soldi contati per arrivare a fine mese
i lavoretti
una casa in miniatura
quel divano che era il mondo
la felicità per quella telefonata
un lavoro e uno stipendio
un passo per spiccare il volo
gli amici che si rinchiudono nelle loro famiglie
la Ford Fiesta che sembrava una Mercedes
i sacchi a pelo sul ponte di quella nave
la carriera che pretende silenzio
altri amici che vanno e vengono
il freddo nelle ossa
il grigio intorno
chilometri di filo spinato
i Natali che passano come devono passare
gabbie a cielo aperto
la paura che toglie il respiro
la solitudine che ormai la tocchi
migliaia di momenti che non parlano ai ricordi
gli anni che volano via senza nemmeno salutare
E poi un giorno, proprio quel giorno
ti metti a scrivere quelle parole
che diffondono un suono
che si dimentica di loro.
E quel giorno, proprio quel giorno
alzi gli occhi
e ti capita
di vedere …. il cielo
e per la prima volta
lo riconosci….il cielo
con l’immagine limpida e profonda
di quel bellissimo bambino
con gli occhi neri
il viso aperto e sorridente
che ti guarda
tendendo le mani
e ti dice
“sono io
non dimenticarmi
sono e sarò sempre con te”.
E allora puoi anche sorridere
abbracciando le tue parole
perché forse tutto è solo un girotondo
un gioco semplice e affascinante
che è inutile cercare di vincere
puoi solo giocare
e se lo giochi davvero sul serio
torni sempre dove sei partito
torni sempre davanti a quel bambino
torni sempre dentro di te. | |
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