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Riflessioni 29 marzo 2009 · lettura 1 min · 835 letture

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L'incanto infantile di una nuova vita mi spingeva al gioco nel sole del giardino. Chino io piansi per una formica ferita, le promisi "avrò più cura nel mio cammino". Acqua e sole, il germoglio divenne fusto, la primavera mi ricoprì del suo colore, rubai la dolce gioia di un sorriso e presto nel prato verde del giardino sbocciò un fiore. Freddo e neve, i rami mutano in ghiaccio, indosso una vita di marca che mi scalda ed il sorriso di una maschera, lo straccio con cui sto ingannando lo specchio che mi guarda. Maledetto motore brucia ogni diritto di più spingo l'acceleratore più a fondo non sprecherò energia sì me ne starò zitto a scavare nel terreno il marchio sul mondo. Muoiono le formiche sotto la corsa dei motori, dal fuoco delle marmitte esce il veleno, ora nel mio giardino non nascono più fiori: la vita soffoca nel marciume del terreno. Se però la bara, questo corpo di adulto, contemplo, allora il mio sguardo non è morto.
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Commenti (1)

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Cuccu Anna Maria29 marzo 2009

La vita vista da un bambino che gioca in giardino fiorito e piange se per sbaglio schiaccia una formica e l'uomo adulto che vive ormai in un luogo senza giardino fiorito, tra le macchine che schiacciano le formiche ed osservando una bara pensa di essere ancora vivo. Molto intensa e profonda. Originale. Tanto apprezzata.