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Lo vedo il mio giudice severo
cupo e greve col suo vestito nero.
Il suo volto è austero e borioso
ed il suo sguardo meschino e astioso.
Sta sulla mia spalla appollaiato
e spesso mi lascia senza fiato.
È quella parte di me severa e crudele
che mi propina sensi di colpa e fiele.
È nato insieme alla mia cultura
che da millenni vive e perdura.
È quello che mi ricorda ogni sbaglio,
ogni passo falso e ogni abbaglio
e che mi condanna, mi punisce e mi frusta
senza conoscer l'appello della causa giusta.
Lui frena il mio spirito vitale
che vuol concedersi talvolta all'istinto primordiale.
Lui mi grida che non mi darà pace
se di ceder alle gioie mie sarò capace.
Dalla culla e avanti negli anni
ti sei rafforzato insieme ai malanni
ma ora stai dimostrando d'esser fiaccato
perché l'animo mio non hai accecato.
Io ardo nel mio fuoco che non brucia
e che viene alimentato dalla fiducia
e so che qualora fossi nell'errore
a niente serviranno la vergogna e il pudore
piuttosto farò ricorso alla dolce tolleranza
e alla compassione e alla speranza
perché ho capito che chi non esce mai dal seminato
è infine il giudice più ipocrita e indiscriminato.
Sempre meno mi terrai in catene
sempre meno saranno le mie pene
e quindi adirati e scalpita giudice marrano
che consideri il mio vivere oltraggioso e villano
perché a te che credi d'esser saggio e giusto
io butto in faccia, con queste rime, tutto il mio disgusto. | |
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