Ho rincorso per anni un sogno,
ricorrente come il mormorio dell’onda,
fuggiasco come il suo ritrarsi,
poi su vette immacolate ho raccolto
stelle alpine e viole per fartene dono,
ma solo a tratti ti sei accorta di me.
In segreto ho coltivato desideri
e praticato esoteriche dottrine
nella speranza che giovassero
all’amore che per te provavo.
Ciò è valso solo a fiaccare
la mia tenacia ed ogni sforzo,
ogni espediente è risultato inutile.
La mia esistenza, dunque,
è stata dura, difficile.
Poi un giorno, dopo tante notti insonni
e vane suppliche al cielo, ho stanato Dio,
addebitandogli la mia misera condizione
e dicendogliene di tutti i colori.
Non so bene cosa sia avvenuto,
ma qualcosa in me è cambiato,
perché da quel giorno
non ho più maledetto il cielo,
rinfacciandogli la mia sorte avversa,
mi sono voluto semplicemente più bene;
ho fermato la mia folle corsa e ripreso
il cammino con una ritrovata serenità,
col cuore non più in gola ma a passeggio,
fuori dal tunnel della disperazione. | 


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Ai bambini di Gaza,
bambini d’Africa,
bambini delle favelas,
a voi bambini del mondo,
che ogni giorno giocate
a rimpiattino con la morte,
angeli senza peccato,
vergogna dei popoli,
angeli indifesi,
vittime d’insane voglie,
noi, col nostro silenzio, complici,
vi chiediamo perdono
nella consapevole certezza
di non essere assolti
né su questa terra,
né in cielo. | 


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 | Vieni via con me, sali a prora,
voleremo verso il cielo
fino al giunger dell’aurora.
Forse è lassù che troveremo
la nostra isola nel blu,
lontana dalle guerre
e dai clamori,
fors’anco dai dolori,
vieni, credi a me, ti porterò
all’isola che non c’è!
“E’ un’utopia viver solo di fantasia.”
Che importa piccina, questa è la via:
volare, sognare e poi ancor volare
e sognare, credi a me,
vieni all’isola che non c’è.
Resteremo sospesi fra terra,
cielo e mare, poi se chiuderai gli occhi,
al mondo che hai lasciato,
ti sarà più dolce amare.
“E’ solo illusione racchiusa in una bolla di sapone!”
Non ti scoraggiare, suvvia lasciati andare,
a che giova recriminare?
E’ assai bello fantasticare,
cogli l’attimo e non ti fermare,
sol così potrai gioire;
nella vita non starci troppo a pensare,
domandandoti perché, ma chiudi gli occhi
e fuggi via con me! | 


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 | Ricordar m’allieta
lo scroscio improvviso
a stemperar calura estiva,
mentre sapiente carezza,
maliziosa indugia
sull’accapponar di pelle,
scuotendomi più del tuono
in un rabbrividir di piacer proibito
che a lei ben s’addice,
ma ingannevolmente chiede
se freddo avverto.
Rispondo parafrasando,
tanto che il pensier schizza via,
ad irrorar turgide sporgenze
di giovin vigor asperse.
Ordunque costei mi stringe forte
schiudendo le sue leggiadre forme
ed ecco i miei quindici anni
perdersi in un turbinio d’amore,
nell’assaporar fragranza
del gineceo pistillo dei suoi trenta;
ed oggi ad agosto mi vedo ancora
senza alcun pudor danzando
nello sperar che finalmente piova. | 


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|
|
 Addio Aspromonte
lascio qui il sole
e vado in miniera,
porto con me
la mia bimba
e la mogliera.
...
In Germania
fa freddo
ma almeno
ho un lavoro,
Maria cresce bene,
è davvero
un tesoro,
la mamma
sta male,
io me la cavo.
Ma un giorno
d’inverno
per pura malia
la moglie
mi muore,
mi resta Maria.
...
Papà mi ha messo
in collegio
dalle suore
a studiare,
ho sette anni,
mi piace giocare.
...
E’ già primavera,
le monache
escon dal chiostro,
e portan le bimbe
a raccogliere
fiori di bosco
ma un orco
s’avventa
e sono dolori.
Esce dall’intrico
la bimba violata,
racconta
l’orribile storia
ancor trafelata,
il sangue le cola
giù per le gambe,
il mostro
le ha strappato
persin le mutande.
...
Un alto prelato
è infine chiamato
a indagare sul fatto
e chiede a Maria
ragion del misfatto,
la bimba racconta
e viene accertato
che un ministro del culto
ha compiuto il reato.
Sgranando il rosario,
il prelato contrito,
accusa e sentenzia
levando a mezz’aria
il suo nobile dito:
“Che le bimbe
per i giorni
a venire
rimangan recluse
sempre in cortile,
e Maria a pregar
in un buio stanzino
per giorni quaranta
in ginocchio,
è necessario mondarla
dal quel grande peccato
e fors’anche il malocchio!”
...
Mentre il vil prete...
denunciato e in guardina,
Voi penserete.
Macché!
Solo una tiratina d’orecchi,
una breve rampogna
e poi salamelecchi;
non è giusta la gogna
per il povero prete,
occorre confortare
il miser pastore
che ha smarrito,
per un solo momento,
la via del Signore!
In seguito
tutto fu messo a tacere,
affinché le educande
e la gente per bene
avessero più niente da dire.
Con le malelingue
la Chiesa ha nulla a spartire. | 


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|
|
 Ai tempi della mia prima infanzia
d’inverno erano opachi i vetri
d’ogni casa ma non la speranza e
se il perché mi chiederete giusta
risposta in breve, avrete.
Né doppie finestre, né termosifone
scaldava quelle fredde mura,
c’era solo una mamma che sin dal
mattino con grande amore e cura
accendeva il fuoco, affinché il suo
calor permettesse il cucinare e per
tutto il dì fino a sera riscaldare.
Io sui vetri di vapor opachi disegnavo
uccellini, casette e paesaggi, quelli
erano i miei primi giochi, i primi assaggi,
e mentre nella pentola in bollore sulla
stufa borbottava un brodo di legumi,
fugace il giorno scivolava a sera
al tepor del foco e primi lumi.
Alla veglia, chi novellando, chi a carte
giocando, lente e serene scorrevano
le ore; pure sorella radio ci teneva
compagnia col Festival della canzone,
ed accorata e candida volava in quel
di Trieste la colomba della liberazione.
Quelli erano giorni che insieme al fuoco
si riaccendeva la speranza in un mondo
migliore, passate della guerra le sventure,
perché forti di una nuova, sana e robusta
Costituzione, anche se la vita ancor era
assai spartana e quel poco che c’era
si divideva equamente alla romana.
Alle domeniche e ai dì di festa comandati
s’indossava il vestito rivoltato dello zio,
quello col taschino a destra della giacca,
e per curar la tosse si beveva acqua, calda e
zuccherata, attinta dalla caldaia della stufa,
senza fare tante storie e tante mosse a ufa.
Or i vetri delle case non sono più opachi
come allora, perché c’è il termo e doppie
imposte, i bambini non sono falcidiati
dalla tosse, ma su di essi, in futuro,
graveranno nuove tasse da pagare,
in luogo di chi d’orecchi è duro
e non ci vuol proprio sentire.
Dentro casa fa un gran caldo
ma freddo in fondo al cuore,
il bicchiere è rimasto mezzo
vuoto, benché in ogni dove
ci sia più d’un televisore, perché
fra disoccupazione e alienazione
la fiducia nel Bel Paese se n’è ita
in altro loco, se n’è ita altrove;
sembra persa la partita e oltre
i bei cristalli trasparenti, al giorno
d’oggi, scorgi, ahimè, grigiore,
viver opaco e cupi sentimenti! | 


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|
 | Oh guerriero indomito
che trovasti ragion di vita
nel cozzar di spade
scintillanti al sole,
esultava il tuo cuore
nel fragor della battaglia,
pur sognando teneri abbracci
d’esistenza mite con la donna tua
e rigogliosa prole.
Il tuo pugnar ardito,
scandito dalla sorte,
turbò l’altrui vite,
nonché la tua, solinga,
fino alla morte,
orbato dalla gioia
d’avere una famiglia.
Poi penso al mio destino,
alla mia vita placida e piatta,
alla moglie arcigna e grassa,
a quella tassa da pagare,
alla figlia gravida trascinata
a stento sull’altare,
al capufficio da riverire e salutare…
quindi non ti faccia meraviglia
se al mio tranquillo vivere
preferisco, senz’alcun dubbio,
il tuo pugnar audace e parapiglia
e se penso che forse andrò
in pensione oltre i settant’anni,
pieno d’acciacchi e di malanni,
son disposto persino alla guerriglia! | 


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|
 | Coglimi sotto la veste
ma non temer,
non ci troverai la peste,
perché quel tanfo
che t’investe,
quantunque non sia
pino silvestre,
fu tanto caro
al buon Napoleone
che, della vita agreste,
amava chi di capron puzzava,
come la Giuseppa di Beauharnais
con cui s’apprestava
a farne tre,
dopo ogni battaglia vinta,
per poi solleticarne il dolce deretano
con tenero fiore di pervinca,
mentre la mano sua stanca
andava a strusciarsi sull’anca
di quella donna incipriata e bianca.
Coglimi, dunque, sopra una panca
e vedrai che sotto questa odorosa veste
la fantasia non manca! | 


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|
|
 Caro Amico,
qui dicono che per
il Nuovo Anno
qualcosa di nuovo
e non d’antico
dev’essere indossato;
io che sono prevenuto
mi son già premunito
e un bel malanno
mi sono accaparrato.
Tuttavia, aspettando
l’anno che verrà,
scaccio la noia e gioco
col computer a bridge
e baccarà, senza pensar
più di tanto alla salute.
Son probo, che dici,
sino alla cute?
Giacché, solo e negletto,
dovrò spassarmela nel letto.
Non conoscevo il bridge
ma presto ho imparato
e vinto mille partite
come un certo Ridge,
di Beautiful il mito!
Tempo fa un tipo mi diceva:
“Ascoltami un poco, se sei
campione di tresette,
potresti diventarlo anche
di codesto gran bel gioco!”
Dunque, anche quest’anno
non mi dolgo di certo
perché finisce l’anno
e visto che mi sento
in balia delle tasse
e il malgoverno
più che della tosse
e dell’inverno,
sogno d’andare
presto a sfidare,
dove il sol è sempiterno,
i più validi campioni
di Bahìa.
Sarà un modo come un altro
per sfidare l’uggia del tempo;
intanto sto qui zitto e bono,
non dico che son lieto,
mi sento sotto tono,
ma neppure mi lamento.
Hai visto mai che diventerò
ricco e famoso come quell’omo,
più originale con le carte
che con l’arte, e di me
si dovrà occupare pure
il giornale, se diventerò
campione nazionale?
Forse sogno, forse son desto,
il mio pensiero corre presto,
e a tutto tondo,
all’anno che dicono
non finirà la crisi
ma neppur il mondo,
perché non saprei sceglier
se morir d’alzheimer o tisi,
e dico poco… ma forse
minor iattura sarebbe
schiattar per procace cura
di giovine fanciulla piuttosto
che crepare al tavolo da gioco.
Tutto il resto è nulla! | 


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|
|
 Il suo scultoreo corpo,
seducente e voluttuoso,
avrebbe messo in ombra
e a vil riposo
di Fidia le modelle.
Il suo sfiorar di dita
era una carezza morbida
agli uomini del Bar assai gradita,
il suo incarnato pallido,
gli occhi suoi neri,
le sue vermiglie labbra:
un vortice profondo
in cui annientarsi
e dimenticare il mondo.
Molti spasimanti
avrebbero fatto
pazzie e carte false
per un dischiuder di labbra,
un sorriso compiacente,
ma rio il destin fu perfido,
donando loro sol
effimere illusioni
e a lei meno che niente.
Quella donna dentro di sé
portava un terribile segreto,
nessuno sapeva,
mezze verità dette,
mezze sottaciute
e lei, Lady L, singhiozzava,
improvvisamente,
vistosamente;
ansimava il turgido petto
e il rimmel scendeva
sull’esangue volto
segnato dal pianto.
Chi la guardava
soffriva, ammiccava,
condivideva e taceva.
Una gelida notte
se la portò via il vento,
morì falciata da un’auto
senza un lamento,
la uccisero la sua pena
e il suo tormento.
Questa è la storia vera
di Lady L
che non sapeva chi era
Jim Morrison
e i suoi aforismi,
perché era donna
priva di sofismi.
Ciò che caratterizzò
la sua breve vita
fu l’amaro pianto
per l’amor del figlio
destinato ad una sorte
che malattia congenita
portò a prematura morte.
Ma la donna non volle
sopravviver a quel che
fu l’unico amor lieto,
per il quale a lui solo
donò il suo sorriso dolce
ma ognor inquieto,
e come dispiegar
di cigno le ali al vento,
raggiunse l’amor suo
in un momento
...e poi sorrise a chi
meritò il suo pianto! | 


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|
|
 | Io l’amai un tempo
ma svanì l’estasi
e m'assalì il tormento
di reclamare invano
quel bene che mi fu tolto.
La fiamma in cuor si spense
e sol erede di dolor
fu l’anima mia inquieta.
“E dimmi cara, che ti avanzò
di quell’amor… forse gioielli
o preziose gemme?”
No, le uniche patacche
che mi rimasero
dell'amor perduto,
furono languide carezze
e dipoi dolore acuto! | 


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|
 | L'Armando ci ha dell'erba
e pur una lunga barba;
di dove venga e cosa
qui ci faccia, nessun lo sa.
L'Armando ci ha i malanni,
dice d'aver quasi vent'anni
ma dov'è diretto nessun lo sa.
L'Armando non va in discoteca,
preferisce consultar l'emeroteca
per cercar quali letture non si sa.
L'han visto sniffare polvere,
fumare oppio per sognare stelle
e far l'amor con le più belle.
Or che s'è ridotto al lumicino,
vaga a ritroso nel tempo
pensando a mamma;
a quand'era ancor piccino
e in cuor contento
rilucea ardente fiamma.
L'Armando oggi s'è spento,
s'è involato in ciel
senza un lamento.
La gente di paese, inver,
sparla di lui con esagerazione,
dicendo ch'era un mariuolo,
un mascalzone.
Ma lui era soltanto
un bonaccione e ben convinto
d'aver fatto la giusta riflessione
nel cercar in quel nirvana
bon'accoglienza,
nova magione,
e, senza fare penitenza,
attendere di risvegliarsi
da un lungo sonno
con certezza di resurrezione!
Hai visto mai che l'Armando
con la sua stravagante elucubrazione
avesse qualche barlume di valida ragione? | 


|
|
|
Nacque un lontano giorno
un bimbo che già portava
i segni nel suo fardello,
candido come colomba,
mite come agnello.
L'arte donò le ali
a quel contadinello
che divenne scultore
d'internazionale fama,
ma nel giocar la partita,
avidi lupi, con tanta brama,
sottrassero il frutto
dell'altrui sudore,
e la sua ragion di vita.
Percosso da un'amara sorte
e nel corpo vinto,
or l'anima sua, libera veleggia
seguendo il proprio istinto:
scolpir, ad arte, suo grande amore,
il vero volto del Signore.
...e noi,
gli amici di un remoto tempo
a rimirar col naso in su
il gran portento:
Angelo, divin cesellator
col suo scalpello,
candido come colomba,
mite come agnello. | 


|
|
|
 | Troppe volte i tuoi occhi hanno pianto
e troppe volte hai versato inutili lacrime,
Madre!
Io naufraga in un mare di solitudine,
tu carezzevole come un'amante generosa;
a nulla valsero le tue parole, i tuoi gesti.
Or che sei morta tace la tua voce roca,
mentre io sono ghiaccio nel mio nirvana,
sull'immobile giardino del nulla.
Niente più occhi, per non vedere,
niente più orecchi, per non sentire,
niente più cuore, per non soffrire. | 


|
|
|
 Questa è la storia vera
di due bravi cagnetti,
che vissero amati e felici
ma un tempo negletti.
Due animali adorabili e buoni,
quantunque l'affare più grosso,
l'abbiano fatto i loro padroni,
in cambio d'un osso.
"Dimmi tu chi sei, dimmi cosa fai,
dimmi con chi stai,
vieni più vicino!
Quanti anni hai, dimmi come stai,
se felice sei,
sei un bel cagnino!
Dimmi, dimmi come stai,
se qualcuno pensa a te
o hai smarrito forse il cammino?".
DICI A ME?
"SI', A TE, PARLAMI DI TE!"
<<Sai com'è triste dormire s'un prato
quando di sera ti senti solo e perduto...
ma non m'importa morire a due anni,
se sei disperato è com'avere cent'anni.
Sai com'è bello avere un padrone
e non esser randagio senza ragione.
Lui m'ha lasciato solo nel campo,
io mi sono accucciato senza un lamento.
Non posso inver dire d'esser contento,
però qui l'aspetto e qui mi ci pianto...>>
"Non restare lì, corri via da qui,
su fuggiamo via,
non restare lì, vieni con me di là,
non fare una follia,
non restare qui, corri con me di là,
vieni a casa mia,
non restare qui, vieni con me di là,
staremo in compagnia...
Là troverai
chi ti vorrà bene e non ti lascerà mai,
sono bravi padroni
e finiranno i tuoi guai, vedrai!
Là troverai
un tetto e cibo sicuro,
non ti pentirai mai,
lo giuro, lo giuro.
E per quel che ci resta
ancora a campare
avremo tanto affetto
e amore e amore..."
CORRO, CORRO, SONO FELICE, ASPETTAMI! | 


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|
|
Con gli occhi iniettati di sangue
il tribuno del popolo incitava folle
narcotizzate dal fallace verbo,
scatenando ridde di sentimenti turpi
in cui s'annidò il più feroce spregio.
Ma ordunque, quanto giovò saper
che chi s'impadronì di verdi messi
or giace sotto un cumulo
d'esiliata terra?
A nulla valse l'esperienza amara,
né le reputazioni annientate
da quello stillicidio avverso
che, come acido asprigno,
al Gran Cetaceo lisca corrose
ed al Ghin, il tacco e il cuore.
Ancor oggi, i semi dell'odio,
trasportati dal turbinio
di deliranti lemmi,
germogliano su incombenti
ed affilate lame, che,
mai toccate in sorte
al giustizier astioso,
s'abbattono sull'umil
e smarrito gregge,
uccidendo della libertà
il pensiero e il buon ricordo. | 


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|
 | Visione celeste,
splendente iride
sull'arcobaleno,
talvolta
disgustosa arpia
simile alla tenebra.
Tu porta del cielo
ed antro dell'inferno,
del firmamento
fulgida stella,
tuo è il regno
su questa terra,
che il perfido uomo
immaginava sol suo.
...e tu, figlia di eva,
desiderio oscuro
e signora della notte.
C'e' chi ti adora,
chi ti disprezza,
chi vorrebbe rubarti
piu' d'una carezza,
ma, angelo o demone
donna o madonna,
certo non sei,
solo l'alzar d'una gonna! | 


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|
|
 Tintinnavano i vetri delle finestre
pel vento gelido che s'insinuava
fra le fessure fino a lambire il viso.
Certe notti, orrende streghe,
dal bitorzoluto becco
e dalle mani che sembravano artigli,
s'accovacciavano sotto il mio letto,
dando inizio al loro sabba infernale,
fra bisbiglii e incomprensibili mugolii.
Una notte apparve, come riflessa
s'uno specchio sbiadito dal tempo,
l'immagine di una defunta zia che,
con sguardo folle e allucinato,
m'intimava di fare silenzio,
posando il suo ossuto dito
sulle sottili labbra esangui,
mentre tenui fiammelle agonizzanti
guizzavano nell'aere cupo.
Durante l'infanzia mi chiedevo spesso
il significato di quelle inquietanti visioni,
arrovellandomi, inutilmente, il cervello,
in cerca di una risposta vana.
Solo nell'età adulta realizzai il legame fra
AMPLESSO - PECCATO - PAURA.
Avevo assistito, nel dormiveglia,
alle effusioni amorose dei miei genitori
che, coi loro soffocati fremiti di piacere
e il sobbalzar ritmico del letto,
avevano acceso le mie fantasie
unitamente alle mie paure di bambino,
suggestionato da favole malefiche
di orchi assassini e di lupi mannari. | 


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 FELICITA' E'
il giocar gioioso d'un bambino,
lo sguardo ebete d'un cretino,
l'ineffabil fede del rabbino,
la forza del destino.
E'
la barba bianca d'un vecchio,
l'acqua dentro il secchio,
il ronzar d'un apparecchio,
la tua immagine allo specchio.
FELICITA' E'
la tua donna in amore,
il passar delle ore,
la raccolta delle more,
il canto delle suore.
E'
il giulivo solfeggiare,
l'anatra a starnazzare,
il camino a fumare,
l'onda a spumeggiare.
FELICITA' E'
il sole al suo apparire,
il leon e il suo ruggire,
la chiocciola dal lento ire,
il fuoco a illanguidire.
E'
la cicala a frinire,
la formica a lavorare,
il prete a benedire,
l'asino a ragliare.
FELICITA' E'
il suo vestito alla moda,
la sua coscia tosta e soda,
l'udir della sua voce,
il suo canto doce doce.
E'
il tintinnio dei soldi sudati,
il silenzio di quelli immeritati,
il soldato con le ghette e le giberne,
il prender lucciole per lanterne.
FELICITA' E'
il sentirsi come Bubù de Montparnasse
e andar per la campagna a tutto gas.
E'
pensare d'esser valoroso come Mitridate,
e di fronte al nemico darsela a gambe levate.
Sai tu dove sta il segreto della felicità?
...Nel viver, forse, d'anacoreta e sentirsi gran poeta?
...O, forse, sognare quel giorno fatato
che inneggia all'amore di un dì mai sperato?
NO! DELLA FELICITA' IL SEGRETO
sta nel voler credere ad un giorno lieto e splendente
che t'appaga di tutto ma che per altri è niente;
sta nel viver in un mondo gaudioso e beota
che ti rende felice ma un poco più idiota! | 


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Quando ancor i grilli all'imbrunire
e le lucciole di sera
erano fra i miei pensieri,
m'acquattavo
sotto quel grande tavolo in cucina.
Lì stavo bene col mio cagnino.
Sembrava che le scarpe argillose di mio padre
guardassero quelle lustre di mia madre,
riflettendo il loro concitato dialogare:
lui con la barba non fatta,
lei sapientemente truccata.
Poi, una sera
con fermezza mi ordinarono
di sedermi a tavola con loro.
Mi sentivo sradicata dal mio riparo
ed anche il cagnetto nella sua cuccia
dava segni d'insofferenza.
Negli anni a venire
le cose non cambiarono molto.
Ogni volta che mi ritagliavo uno spazio,
marito, figli e parenti mi richiamavano
alla loro realtà, l'una fatta di possesso,
l'altra di richieste sempre più pressanti.
Or che son vecchia e sola
e il terremoto ha distrutto la mia casa,
il Comune m'ha messo sotto una tenda
e regalato un cagnetto affettuoso.
Mi sembra d'esser tornata bambina...
questa volta resterò qui sotto
e nessuno mi verrà a cercare! |  | 


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 All'ombra del fronzuto fusto,
nella calura estiva
del solatio dolce paese,
ancor mi vedo lì bambino,
sotto quell'arbusto,
con lo sguardo dritto e fiero
a fantasticar di glorie,
alle prese col mio pensiero.
I tanti amici avrebber voluto
allietar le mie giornate
ed esser anche lor felici
della mia compagnia e,
come nel paese dei balocchi,
trascorrer il tempo nostro in allegria.
Era l'Italia dei marmocchi,
scampati all'ingiustizia della guerra,
uniti tutti sotto l'unica bandiera
di una ritrovata Italia,
che ci teneva a balia,
facendone di sé ostentazione,
con novella e sana Costituzione.
Pensavo, allordunque, alla maestra,
lesta e pia,
che, ognunque giorno,
nell'intonar "l'Italia s'è desta",
teneva stretta stretta nella destra,
come per scaramanzia,
il tricolore dell'Italia mia.
Erano gli anni in cui
la bianca colomba
volava a San Giusto,
a pregar, con l'animo mesto,
il ritorno del perduto amor
all'Italia separata,
ma che ritorni presto
alla Patria sua adorata.
Piansero ogn'or le mule,
fra le più belle,
come tante stelle
accorse dal ciel,
sulle piazze in parata.
Ma poi, improvvisamente,
fra quella frescura
il sonno mi vinse,
e senza tema, né paura,
"l'elmo di Scipio"
la testa mi cinse teneramente,
pareva udir accanto,
della cara gente,
il disperato pianto.
Se penso
a quel tempo lontano,
quando cantando
l'Inno d'Italia,
ci tenevamo per mano,
non mi sento più stanco
su 'sto vecchio divano,
dove è soltanto torpore
e voglia di piangere un po'.
Felici eravamo
nella nostra incoscienza,
beati quei tempi
della nostra innocenza!
Trieste tornò
vessillo d'amore
ma oggi m'assilla
una spina nel cuore:
"Sulla ferma pupilla
del giovin insorto,
la vecchia zia Milla
mi dice invano ch'è morto
nel nome d'Italia,
perch'oggi l'erede
l'unione sparpaglia
e del cuore di Patria
ne ha fatto frattaglia".
Uniamoci, dunque,
per render pariglia,
e quantunque
non più giovani e forti,
non siamo, né sordi, né morti,
al grido d'Italia
che chiama i suoi figli a raccolta.
Riuniamoci a coorte
ancora una volta!
La spada sul fianco,
la spina nel cuore,
combatteremo
la nostra battaglia
di pace e d'onore;
sarà la sfida più bella,
la sfida più ardita,
sorretti dall'amore di Patria,
per un'Italia più unita. | 


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Cogliere lo sguardo tuo
nell'estasi amorosa
è ciò che io ricordo
sopra ogni cosa.
Fra le braccia mie
stringevo al petto
frammenti di stelle,
fra le più fulgide,
fra le più belle.
Istanti
che sapevano d'eterno
ma tu non t'accorgesti
che dentro di te
era già inverno,
perché in cuor tuo
alitava
di primavera il vento
e non t'avvedesti
che era giunto alla fine
del nostro amore, il tempo.
E l'estasi, di quell'attimo fuggente
ti recise come un fiore,
mentre batteva,
forte forte, il cuore.
Un cuore
che ti colpì all'improvviso
e che ci colse impreparati,
ma ne immortalò il sorriso.
Fu quel sorriso che ci riservò la sorte,
amanti per sempre, in vita e in morte. | 


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Buon Natale
a tutti quelli
del congiuntivo
all'italiana.
Buon Natale
all'ubriaco
e alla puttana,
Buon Natale
ai barboni,
ai cialtroni,
ai bambini cattivi
e a quelli buoni.
Buon Natale
pure ai lenoni,
ai politici sbruffoni,
ai lestofanti,
ai parolai
impenitenti,
a chi ha perduto
i denti.
A quelli
sempre presenti
ed agli assenti.
Buon Natale
pure ai dementi,
Buon Natale
alle genti
del mondo intero,
Buon Natale
al creolo,
al bianco,
al giallo
e al nero.
Buon Natale
al cristiano,
al buddista
e al musulmano,
al rabbino
e all'africano,
al cinese
e al portoricano.
Buon Natale
a chi
non crede
e nuove luci in ciel
non ne vede.
Buon Natale
a chi
non ha mai avuto,
a chi
nella buona stella
ha mai creduto,
a chi
non ha mai gioito,
a chi
ci ha lasciato,
a chi
non ci ha amato.
Buon Natale
a chi
oggi è
solo e disperato,
a chi
da tutti
è dimenticato. | 


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 | Nel ricostruire la storia del casato
ho scovato vecchie parentele
avvolte in intricate ragnatele
e neglette ai più della famiglia;
insomma, un vero parapiglia.
C'era chi dei nonni, il nome aveva
dimenticato o perfino mai saputo,
adducendo a pretesto che i lor padri
prodighi non furon d'informazioni
e bisognava star tutti zitti e boni.
Nonostante 'ste premesse poco lusinghiere
mi son tosto gettato a capofitto nel paniere.
Ho trovato, riesumato, ricucito e recuperato
ciò che alfine riaffiorava dal nobile casato,
dando voce a chi pure non si era mai udito.
Le lor vicende d'un fiato ho raccontato:
d'amor segreti, omini d'arte o d'abigeato;
esistenze illustri o ignote e senza gloria,
ma che celavan, tutte, la più fantastica e vera storia.
La più seducente, la più ardita; l'amore per la vita! | 


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 I dottori alla nascita di mio fratello,
di dieci mesi e di sei chili,
dissero a mia madre
che non avrebbe avuto altri figli.
Ma dopo dodici anni io nacqui,
non atteso, temuto e non voluto.
Anche mio fratello rimase per sempre
choccato da quell'improvvisa intrusione.
Mia madre, dopo tanti tentativi d'aborto
falliti nel pianto della rassegnazione,
attese titubante una bimba ed io la delusi.
Odiava i contadini perché
durante la guerra comprò un chilo d'olio
da un bifolco per farmi le pappine
e questi volle in cambio una branda,
un materasso, un cuscino ed una coperta di lana.
Fino a sei anni fui allevato come una bambina,
coi boccoli, il grembiulino, le bambole,
le cucine economiche ed i pentolini da cucina.
Nel mio quartiere c'erano tanti figli di nessuno,
figli della guerra, infelici, prepotenti, aggressivi
che ogni giorno si battevano per la sopravvivenza,
senza mai un sorriso, una parola dolce, una carezza.
Confrontarsi con loro fu doloroso, amaro e difficile.
Fui ingozzato di principi cristiani, falsi ed ipocriti
come quelli dei politici che conobbi più tardi.
Forse se non fosse stato così non sarei quello che sono:
un uomo segnato ma sereno, che ha combattuto e sofferto,
vivo dentro e fuori, fiero delle scalate che ha dovuto affrontare
e delle vette che ha raggiunto, nella consapevolezza che
la vita è un bene prezioso, ma che non ti viene mai regalato;
te lo devi conquistare, giorno per giorno, perché nulla
t'appartiene se non il tuo cuore, la tua mente, la tua anima.
Ma il mondo può essere tuo se ti va di farne parte.
Sali su questa giostra e gira, gira, gira fino a quando la musica
non sarà finita e senza mai chiederti cosa sarà di te domani. | 


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 Chi ha detto che il delitto non paga?
C'è tanta brava gente, brava brava,
che ha fatto grandi affari, scambiando
er due de coppe con l'asse de denari,
e il poveraccio che mai rimane indenne
ci lascia più che spesso anche le penne.
C'è chi ha rubato una fortuna,
ma di notti in prigione manco una;
c'è poi chi ha rubato una pera
e s'è fatto tre anni de galera.
E' sempre stato così:
quest'andazzo è da quel dì!
C'è chi ha stuprato e ammazzato,
ma poi è diventato ricco e blasonato
con le memorie che ha pubblicato,
mentre in isolamento forzato,
han cacciato chi, invece, s'è macchiato
d'abigeato e 'na pecora ha rubato.
Mi pare notizia di ieri, che quattro tangentisti
e faccendieri l'han beccati con le mani nei panieri,
ma la procedura d'arresto era viziata nella forma,
e, nell'attesa der novo testo de riforma,
il processo non s'ha da fare;
onde per cui, li dovranno pure scarcerare.
C'è poi un concusso, poverino,
che pe' ottener un piccolo favore de mijoni
ha scucito al concussor centomila dollaroni!
Ma guarda che tapino... pure me cojoni?
In 'sta cazzata, non ci stanno tutti e due
con le man nella frittata?
Beh! Sai che te dico?
Che pe' famme la giornata
t'ammazzo moje, socera e cognata
...Tho! T'accoppo pure la zia,
così me fanno lo sconto pe' pazzia
ed esco fra du annetti in libertà condizzionata.
Ce faccio pure io, permetti?
Tu che dichi?
Me metto parimenti io in 'st'ammucchiata?
Tanto, la giustizia è per tutti eguale in 'st'insalata
e se m'aresteno e in prigione me buttano drento per la porta,
t'esco fòra accompagnato e riverito dalla scorta! | 


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 Il nostro Dio è il Dio vero,
ci batteremo per questo
con tutto il nostro vigore
e se necessario ricorreremo alle armi,
affinché gli uomini in errore
pieghino il capo, obbedienti
alla volontà suprema del nostro Dio.
Che il bene prevalga sul male
e scacci via le tenebre.
I nemici di Dio non prevarranno,
useremo ogni mezzo per sterminarli
e il mondo sarà più pulito,
più libero, più vero, più giusto.
Gott mit uns!
Combatteremo la nostra jihad
per la sottomissione degli infedeli,
senza limiti di tempo e spazio.
Il potere spirituale e temporale
saranno restituiti nelle mani di Dio.
Noi saremo gli umili e fedeli custodi
delle messi che da Lui provengono
e che a Lui dovranno ritornare.
In nome e a fianco del nostro Dio
combatteremo fino all'estremo
sacrificio delle nostre vite,
molti cadranno ma non morranno.
Allah è grande!
...e l'uomo si fece bestia
e la bestia si fece dio...
Un dio in cui dimorava
nulla di divino, nulla di umano,
ma solo la sete di predominio
dell'uomo sull'uomo,
esercitato con arrogante
e coercitivo potere blasfemo. | 


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Mare, amante impetuoso
che avvolgi e travolgi
con la forza del tuo moto,
tu, che innalzi e lasci cadere,
tu, che sommergi e togli il fiato,
tu, che sferzi e mugghi nell'amplesso,
tu, che risucchi e inondi con fiori di spuma.
Tu mare che t'intenerisci ed accarezzi,
tu, che culli col tuo fremere inquieto,
tu, misterioso amante che celi segreti,
tu, che lambisci il mio corpo nelle calde notti di luna,
tu, che mescoli il mio pianto al tuo sapore,
tu, che m'abbandoni sulla riva dopo notte di lussuria,
fammi sentire il tuo dolce richiamo,
perché io ritorni ogni sera ad amarti in segreto! | 


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 | Cos'è il mio presente?
Forse tutto, forse niente.
Come avere nostalgia
se la vita sfugge via?
Non mi torna il conto
e nulla in mente.
Nel presente d'oggi,
per quanto io sfoggi,
non trovo proprio niente
d'elegante e conveniente,
se non di star bene
con me stesso.
Sì è vero lo confesso,
provar nostalgia adesso
mi par proprio da fesso,
meglio guardar in faccia
il sole che il suo riflesso! | 


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