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♦ Luigi Ederle | |
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Le 89345 poesie dei soci sostenitori |
 | È il verbo vorrei
che ho imparato a odiare.
Perfido, prende i miei sogni
per farli a pezzi.
L’infame prende l’amore che ho immaginato,
quello che avrebbe dovuto salvarmi,
e lo uccide sul nascere,
prima ancora che possa respirare.
Mi
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| Stringimi
ancora più forte
doma il mio respiro
mentre mi abbandono
al controllo delle tue mani
come solo tu sai fare
graffiami il piacere
sulla pelle
crescendo dentro di me
dove ti sento
a ogni gemito.
È un dolce delirio
fontana
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Senza di Te
punto fermo dell’Amore,
la vita è un vortice di Niente
e le tempeste tutte
voragini d’alienazione struggente,
la Tua Esistenza sostiene il cuore
nutre e disseta l’anima
nel dolore,
il punto fermo del Tuo Amore
è il luogo sacro ove
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Giunge finalmente
l’ultimo di luglio
gioia d’un momento
giubilo e subbuglio,
ricarico le pile,
non mi sembra vero,
tiro il freno a mano
dopo un anno intero!
Crepi l’avarizia,
fiato al portafoglio,
faccio le valigie
e il pieno di
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Quando si dice essere di troppo
non sempre si sbaglia
se guardiamo con fiducia al passato
fotocopiandolo nel presente
modo d’essere alquanto sibillino
approfittando di sentimenti ogni volta più eccentrici
che spesso lasciano spazio
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Non misurare il mio amore con la terra
io non ho confini,
ho solo finestre spalancate sull’infinito.
C’è una luce che trapassa la carne
e si fa casa nelle anime stanche
una luce vecchia di secoli
che continua a bruciare.
Anche quando la stella
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Se solo un salto
riuscisse ad arginar
la mente
mi prodigherei esausta
incantandomi del vuoto
Non v’è equilibrio alcuno
nello scorrere violento
dove il volere
non ha più potere
E nel chiarore
di un sole in disuso
il mio inchino
farà dei
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Asciuga il pianto dalle radici,
ora che il buio non è più una tana
ma un grembo di terra che preme.
Eravamo rami prigionieri del gelo,
statue di sale in attesa di un raggio,
con il cuore sospeso tra i rovi
di una memoria che punge e
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Dalla mia finestra ti vedo
là in quella porzione di cielo
che forse un dì diverrà casa mia
e ti vedo illuminare i bordi
delle mie bianche lenzuola
creando riverberi sul vitreo cristallo
E vorrei essere lì, con te
come un piccolo usignolo
libero
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Se tormento si ridesta
e al mal si presta,
animo soggiace in pena
e si manca in lena
Alquanto in combatter ci s’avvita
e in gloria si chiama aita,
in prece di dolce Signora
che nulla ignora
Dippoi si cerca rifugio
in mille cose di materia,
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‘O vino quanno scenne dint’ ‘a panza
è nu cumpagno allero e assistemato
ca dà calore e comme a nu surdato
sape fa’ ‘a guardia a tutta quanta ‘a stanza.
‘O vino quanno saglie dint’ ‘a chiocca
è nu nemico ‘nfame e disgraziato
porta scumpiglio...
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Nessuno ne ode il passo.
Accade nell’anfratto
più cieco dell’anima
in quelle notti in cui bevi
il tuo stesso pianto
perché non esiste verbo capace
di dare un nome a certi abissi.
È l’arte invisibile
di restare quercia
mentre regali al mondo
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Uno sguardo che profuma d’amore
s’inserisce nel giorno quando
inaspettatamente il frutto tende a convogliare
ove le sorprese si fanno sempre più intraprendenti
gioco di squadra che non demorde
affinché tutto vada nel senso giusto
creando qualcosa
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Il buio
a toccar s’appresta
tutt’intorno ciò che resta
Giace un bimbo
preda di un animo
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Spezza l’argilla delle vecchie maschere,
scrosta il cemento di ogni convinzione;
per generare un sole devi piangere
dentro il frastuono di ogni tua tensione.
Scendi nel fondo, dove il buio è muto,
tra i detriti di un’infanzia
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Non parlerò
non dirò nulla
per ferire
o per aprire
le porte del cuore.
Non farò nulla
per ledere il tempo
o per indossare
maschere d’ombra
dove muore il giorno.
Non parlerò
non sussurrerò promesse
sarò la tomba
dei miei
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 | Il mio io s’incarna e si riempie di te,
mentre il tuo invisibile devasta la notte
e fugge lontano, lasciandomi solo
il calco, feroce e amaro di quell’ odore
della tua carne sudata
ma mai, mai corrisposta .
Fuggi tormento, fuggi ancora!
ed io
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 | T’ho incontrato al mercato
ho riconosciuto il tuo profumo
e mi si è fermato il fiato,
Per un attimo ho sentito
il sapore audace dei tuoi baci
ritornare sulle mie labbra
E fingo di non riconoscere
le tue che si perdono tra le fragole
sui banchi
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| E’ un mezzogiorno di fiacca.
Il cielo si fa di un nero sempre più nero
traforato qua e là da lampi fra nubi represse,
da tuoni che squarciano il mondo, sulla terra bruciata
e sui tetti delle case sbiancate.
Rade gocce gonfie si schiacciano sulla
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 | La mia vita è il bagliore
d’una luce a ritroso
che scavalca i miei giorni
dai colori rifratti
di chi aggira i
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| Tra le pieghe del suolo
dove la terra tace
non seguiamo la febbre
del metallo dorato
né la favilla di ferro
che la pace sfracella.
Cerchiamo la vena d’ombra
il respiro pacato di chi s’innalza
verso la prima stella.
Siamo tronchi
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| Chiedersi se ne vale la pena
a volte diventa indispensabile
seppure con un pizzico di rimpianto
per quanto lasciato indietro
cercando di porre rimedio
magari all’insaputa di chi
non sarebbe capace di comprendere
riservando un posticino onde
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Spezza l’antico guscio d’abitudine,
quel gesso che raggela ogni tuo passo;
nel vuoto cerchi la tua solitudine,
scavando l’oro sotto il freddo sasso.
È un’eco che rintocca nel profondo,
un grido muto che non ha catene,
chi vuole nascere distrugge
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E tonta come te non c’è nessuna
ancella e mascherina intromettente
minuscola zanzara inconcludente
non so se sia la mente una lacuna
o il canto avverso a debita distanza
che stoltamente incarica la noia
di avere la più assurda scappatoia
per
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Giorni e giorni dopo giorni
in un senso di malinconico abbandono
ormai colme le sacche del tempo
che cavalcando le stagioni
percorre per le stesse strade la vita.
Nascono, scorrono e muoiono le ore
mentre stanco il pensiero resta sospeso
nel
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Se ora a me si apprestano
un tempo e uno spazio dilazionati
dal salto in traiettorie non frenetiche
quale che sia la
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Ed ora il lago mi saluta
con bagliori di speranza
e cento e mille volte mi bacia
ed allontana la lagnanza
E ancor vedo il bel castello
dall’immoto tempo,
risoluto svetta sull’ardito colle
e leva ogni fardello
E qui tutto v’è di
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Io la poesia l’ho vista seduta sul letto
aveva le mani d’angelo e la veste scura
pettinava il vento della sera
come si accarezza la pelle di un bambino.
È una piccola crepa nell’ombra del muro
da cui entra la luna a farci da madre
un fiore di
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Restare in contatto con il mondo non è semplice
quando all’improvviso tutto si rivolta contro
è un bel dire fatti coraggio
non arrenderti vai avanti la vita è bella
guardare da che pulpito viene la predica è già qualcosa
per rimanere con i piedi
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Ti trovo
in un sogno
sussurrato d’alba
quando la luce
s’addormenta
sulla pelle.
Ho visto
fiamme sudare d’inverno
fra le tue braccia
dove ogni desiderio
è sublimazione
della mente
tra le labbra.
Eri già lì
ancora prima di
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In questa pagina dal n° 361 al n° 390.
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